venerdì 18 maggio 2018

La bozza di contratto M5s-Lega è un libro dei sogni (in qualche caso di incubi) che non si preoccupa se non in minima parte di indicare il saldo tra effetti sulla spesa delle proposte avanzate e interventi posti a copertura. Man mano che lo si scorre, la curiosità di capire a quanto ammonta il conto cresce, ma resta insoddisfatta.

Nel libro dei sogni ci sono molte cose in principio condivisibili. Senz’altro per chi dalle colonne di questo giornale assieme a tanta parte della società civile si è battuto contro la piaga dell’azzardo fa piacere vedere accolte gran parte delle nostre proposte sul tema, incluso il divieto di pubblicità. Bene anche l’enfasi sulla riduzione dei tempi della giustizia civile, la tutela della famiglia, e l’attenzione al tema della sostenibilità ambientale, tema nel Dna dei 5stelle e in parte anche della Lega, che, come sappiamo, è anche una grande occasione di sviluppo.

I tre pezzi forti del programma (quelli di cui si discute di più) sono la flat tax (che in realtà diventa una riforma a due aliquote), il reddito minimo a 780 euro per chi è sotto la soglia di povertà (uno dei pochi casi dove si indica un costo per le finanze pubbliche di 17 miliardi) e la riforma delle pensioni con quota 100 tra età e anni di contributi versati. Curioso che il malumore dei ceti medio-bassi, grande problema chiave delle nostre società, abbia prodotto una riforma fiscale tutt’altro che progressiva che aumenta i fondi a disposizione delle classi più ricche. Ma tant’è. L’unica vera possibilità per rendere la flat tax sostenibile per le finanze pubbliche sarebbe stata quella di accompagnarla a un forte contrasto ad elusione ed evasione (ad esempio con l’abolizione del contante) per applicare con decisione il principio "pagare meno pagare tutti". Ma su questo fronte l’impegno appare non così deciso.

Essendo impossibile elencare tutte le altre misure (alcune bellissime, ma allo stato delle cose senza copertura) mi limito ad un elenco non esaustivo: l’impegno sulla disabilità con la creazione di un apposito Ministero, l’aumento del personale sanitario e l’investimento sui pronto soccorso, l’Iva zero sui prodotti per l’infanzia, l’aumento dei fondi a disposizione per le Forze dell’ordine, le risorse per finanziare i rimpatri di immigrati irregolari, l’aumento dei fondi per la sicurezza stradale, un piano straordinario di assunzioni per la Polizia penitenziaria, investimenti per rinnovare acquedotti e impianti (non realizzati da privati perché l’acqua sarà "pubblica"), l’innalzamento dell’indennità di maternità e un premio a maternità realizzata.

Ogni tanto compaiono poi nel programma curiose quanto inquietanti contraddizioni. La bozza propone la chiusura dei campi nomadi in cui vivono circa 40mila rom e sinti e lo sgombero di circa 48mila alloggi occupati illegalmente. Con il paradosso di mettere in strada più di 88mila persone in un paese pieno di edifici sfitti e abbandonati. Ricollocabili soltanto con un robusto (e ovviamente costoso) programma di case popolari.

«Sarà tre volte Natale e festa tutto l’anno» si cantava con parole, e note di Lucio Dalla. Oppure no?

La vera sfida in filigrana è ormai chiara. Se i soldi per realizzare tutto questo non ci sono o l’Europa non ce li dà siamo pronti a sfondare i limiti del deficit, ridiscutere i Trattati Ue e, se necessario, tornare a stampare moneta. Uscita dalla bozza di contratto l’ipotesi Italexit resta una riga sibillina dove si precisa che le risorse proverranno da «taglio degli sprechi, gestione del debito e un appropriato ricorso al deficit». Si sarebbe potuto procedere più in dettaglio sul punto dei tagli esaminando quali delle detrazioni e deduzioni (o dei finanziamenti pubblici a fondo perduto) tagliare, ma nella bozza non c’è traccia di questo. Ma è quell’«appropriato» (deficit ulteriore) che spaventa. Di fronte al duro confronto con la realtà sarà il libro dei sogni a perdere pagine o quell’«appropriato» a gonfiarsi a dismisura?

Se il deficit finisse fuori controllo, sappiamo che gli autori del progetto hanno in mente il "modello" giapponese. Il debito può anche raddoppiare basta che sia nelle mani dei nostri risparmiatori (saranno altrettanto patriottici quanto i giapponesi?) e della Banca centrale. E se la Bce non vuole partecipare alla "rivoluzione", cominciamo a ristampare moneta da noi (con bozzetti patriottici già pronti). È bene conoscere i rischi e la posta in gioco in questo scenario estremo: uscita dall’euro, fallimento concordato del debito, rischi per banche e aziende con debiti in euro, tassa da inflazione che decurta il valore di redditi e patrimoni (qualcosa di cui abbiamo di recente perso la dolorosa memoria).

Riassumendo: dunque, dietro questo programma ci sono solo due scenari possibili. Quello del suo ridimensionamento nello scontro della realtà e nella verifica della difficoltà di attuare solo parte di queste promesse (le spese sono molte e i tagli non sono facili). E quello dello scontro "populista" che ci porterebbe fuori dall’euro e dall’Europa. Nulla è impossibile. Neanche gettarsi dal terzo piano e salvarsi miracolosamente. Spiegare ai non addetti ai lavori gli enormi rischi che corriamo in questa seconda ipotesi è un dovere.

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