Le bufale sul web e la libertà di dire bugie
giovedì 19 gennaio 2017

Limiti e diritti costituzionali. Ma che ruolo ha la Casaleggio? Il dibattito sulle menzogne virali diffuse sul web, in particolare tramite i social media – ovvero sulla post-verità o, per usare la più rustica terminologia italiana, sulle 'bufale' – è destinato a continuare e a non accomodarsi a breve su soluzioni facili. Vale allora la pena di formulare alcune domande, piuttosto che indicare risposte già pronte. Non senza precisare che del fenomeno delle 'bufale' è possibile dare una nozione più ampia e una più ristretta. In senso lato si possono ritenere 'bufale' le interpretazioni fantasiose formulate da qualcuno in relazione a un dato fenomeno, generando allarmismo: un buon esempio sono gli allarmi per gli attentati alla democrazia lanciati durante la scorsa campagna referendaria da non pochi oppositori della riforma Renzi-Boschi. In senso stretto, si intendono per bufale delle vere e proprie menzogne in punto di fatto, vale a dire l’attribuzione a Tizio di una data affermazione da costui mai fatta o l’invenzione di sana pianta di un fatto notoriamente mai avvenuto. Si tratta di due fenomeni discorsivi diversi, ma è bene limitare il ragionamento che segue al secondo caso: insomma alla menzogna fattuale, escludendo dal nostro ragionamento l’opinione gridata e male argomentata.

Esempi di bufale diffuse nella campagna elettorale statunitense sono state le affermazioni: che Hillary Clinton aveva venduto segretamente armi allo Stato islamico; che un agente del Fbi era morto durante indagini sulla candidata democratica; che il Papa aveva benedetto la candidatura di Trump e che Barack Obama stava per abolire l’esecuzione dell’inno nazionale negli eventi sportivi (quest’ultima 'notizia' è stata condivisa da ben 250mila utenti di Facebook). In Italia, subito dopo il discorso di Paolo Gentiloni alle Camere un post non firmato diffuso su Facebook gli attribuiva una richiesta agli italiani di sacrifici, di cui non vi era traccia alcuna nelle parole del neo-premier. Delimitato così il fenomeno, una prima domanda può essere la seguente: la libertà di manifestare il proprio pensiero, riconosciuta dall’art. 21 della Costituzione italiana, o la corrispondente libertà di espressione prevista dai documenti internazionali sui diritti umani, include il diritto di mentire? In passato, i padri del costituzionalismo italiano del secondo dopoguerra (ad esempio, Carlo Esposito) rispondevano di no, giustificando così il reato di falsa testimonianza e le norme dell’ordinamento che sanzionano la menzogna. Tuttavia occorrerebbe distinguere la menzogna soggettiva dall’errore oggettivo e comunque in alcuni casi esiste anche un diritto di mentire (ad esempio, quello di chi scrive un romanzo). Insomma, il diritto di mentire è connesso alla libertà di espressione, anche se non rientra nel suo nucleo essenziale. Per il costituzionalismo contemporaneo si può forse affermare che la repressione della menzogna è giustificata solo se persegue un fine legittimo e se lo fa in modo idoneo a conseguire tale fine, con misure necessarie e ragionevoli.

Ma se si ritiene di dover intervenire contro la menzogna, in che modo si può farlo? Anzitutto si dovrebbe intervenire solo con misure repressive e non con misure preventive (la censura), rispettando così una secolare tradizione sulle restrizioni alla libertà di pensiero. Ma fra le misure repressive dovrebbe essere incluso l’oscuramento del messaggio menzognero ed eventualmente la chiusura del sito che ha diffuso la 'bufala'. Forse, ancor prima, occorrerebbe intervenire per escludere le menzogne anonime e per rendere identificabili i loro autori. Sanzioni specifiche – ulteriori, cioè, rispetto a quelle oggi previste per i reati di ingiuria e diffamazione – dovrebbero essere previste solo per i soggetti che istituzionalmente si dedicano alla diffusione di notizie false, in particolare quelle volte a incentivare il linciaggio mediatico di determinati soggetti. Una terza domanda riguarda la disponibilità su questo tema di informazioni sufficienti e accurate. Quante sono le bufale diffuse sul web e chi le produce? Quante di esse interagiscono con la formazione dell’opinione pubblica in materia politica? Come cambia questo fenomeno a ridosso delle campagne elettorali o referendarie? Quanti sono i soggetti che vengono coinvolti dalle bufale più rilevanti? Come si vede qui si tratta, più che di reprimere, di disporre di dati accurati, in un campo che, fra l’altro, è in continuo movimento. Ma va detto con chiarezza che la suprema rilevanza della libertà di espressione, come «pietra angolare dello Stato democratico» (per dirla con la Corte costituzionale italiana) non impedisce affatto discipline procedimentali, obblighi di trasparenza (ad esempio, divieti di messaggi menzogneri anonimi) e neppure limiti, alla condizione che questi ultimi siano ragionevoli e selettivi e non impediscano il libero dibattito fra tutte le opinioni.

Infine, una domanda provocatoria, riferita a un attore decisivo nella politica italiana di questi giorni. Il Movimento 5 Stelle è considerato da molti un produttore e distributore di 'bufale' in campo politico. È difficile dire se ciò sia vero e comunque è improbabile che delle bufale tale forza politica abbia il monopolio. Una domanda è tuttavia legittima: quali attività svolge nella formazione dell’opinione pubblica attraverso la rete (in particolare nei social media) la 'Casaleggio e Associati'? Data l’interazione di questa impresa privata con un movimento politico per nulla marginale nell’Italia di oggi, non hanno i cittadini italiani il diritto di conoscere quale ruolo 'politico' svolge questo soggetto? Pare infatti che questa misteriosa entità sia in grado di incidere sulla politica italiana in forme comparabili a quelle proprie, in passato, solo ad altre due entità pre-politiche: la loggia P2 nel declinare della Prima Repubblica e Mediaset durante buona parte della cosiddetta Seconda Repubblica. Ora che si sta evidentemente ponendo in ogni Paese la questione del ruolo delle reti sociali nei processi decisionali politici, non sarebbe utile cercare di conoscere meglio questo soggetto così misterioso, senza escludere il ricorso a una Commissione di inchiesta?

Magari le dicerie su questa impresa non sono altro, a loro volta, che 'bufale'. Ma varrebbe la pena di provare a capirlo.

© Riproduzione riservata

ARGOMENTI: