giovedì 17 novembre 2016
Crisi e cambio culturale, ecco tutti gli ostacoli. Una riforma oltre le ideologie
(Michiel van Drunen - Wikimedia Commons)

(Michiel van Drunen - Wikimedia Commons)

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Adozioni, anno zero. Crisi economica, politica, antropologica. Confusione e fraintendimenti. Tanti gli elementi che contribuiscono a sconvolgere il mondo delle adozioni, già indebolito, anzi più che dimezzato, da una flessione che non accenna a risolversi. Nel 2008 c’erano 8mila coppie che chiedevano l’adozione internazionale. Oggi siamo a meno di 3.500. E delle 4.050 adozioni portate a termine nel 2011, ne sono rimaste oggi meno della metà. Le analisi del crollo hanno già trovato ampio spazio su queste pagine. Tentiamo di riassumere. Crisi economica; tendenza dei Paesi d’origine ad agevolare l’adozione sul fronte interno; spinta a soddisfare il proprio desiderio di genitorialità con la fecondazione eterologa che tra l’altro, a differenza dell’adozione, è a carico del Servizio sanitario nazionale; disimpegno generalizzato nei confronti della genitorialità, in parallelo con il crollo delle nascite. In altri termini: se ci sono ventimila coppie in più ogni anno che non desiderano un figlio proprio perché mai dovrebbe aumentare il numero di coloro che accettano di infilarsi nel ginepraio delle adozioni? Accanto a tutti questi problemi non vanno dimenticate altre due situazioni ad alto tasso di potenziale disorientamento. I l primo riguarda il caos politico in cui sono piombate le adozioni negli ultimi due anni, con la paralisi della Commissione adozioni internazionali. Blocco che non accenna a risolversi. Il secondo è determinato dalle scelte legislative. Si va dall’approvazione della legge sulle unioni civili, con il lungo e complesso dibattito sulla cosiddetta stepchild adoption, all’indagine parlamentare sull’applicazione della legge 184 del 1983, premessa per l’avvio del dibattito parlamentare su una nuova legge quadro che – come già illustrato – finisca per aprire uno spiraglio alle coppie gay. Tutto questo ha finito per introdurre una sensazione diffusa di precarietà e di insicurezza, come se fossimo arrivati alla fine di un lungo ciclo e tutto dovesse fermarsi in vista di una svolta. Ma sono davvero questi i motivi alla base della gravissima crisi vissuta dal pianeta adozioni nel nostro Paese? Quanto pesano gli intoppi legislativi? Come ipotizzare una nuova legge, svincolandola dai pesanti condizionamenti dell’ideologicamente corretto? Le oltre 500 pagine di audizioni raccolte nell’indagine parlamentare realizzata dalla Commissione Giustizia della Camera, in attesa delle relazione finale, offrono indicazioni preziose per confermare convinzioni consolidate ma anche per introdurre qualche considerazione in controtendenza. Dagli interventi delle decine di esperti ascoltati – giudici minorili, docenti, responsabili di associazioni e di enti pubblici e privati legati alla tutela dell’infanzia – esce infatti una mappa aggiornata dell’arcipelago adozioni. Tutt’altro che incoraggiante.

LA CRISI DELLA COMMISSIONE ADOZIONI INTERNAZIONALI.

Dal giugno 2014 la Commissione, organo collegiale, non si è più riunita per deliberare, non ha organizzato incontri periodici di indirizzo e di coinvolgimento degli enti autorizzati, non ha promosso consultazioni semestrali, come previsto dalla legge, con le associazioni familiari, non ha attivato alcun rimborso per gli enti autorizzati per i progetti di prevenzione dell’abbandono, ha quasi interrotto le comunicazioni e il rapporto con le famiglie, e ha di fatto soppresso la linea telefonica dedicata. Il ministro Elena Boschi, nominata il 10 maggio scorso presidente della Cai per risolvere la lunga stasi, non è riuscita finora a imprimere il colpo di acceleratore. Il 20 luglio, intervenendo all’audizione sul tema alla Commissione Giustizia della Camera, aveva annunciato che a settembre si sarebbe riunita la Commissione adozioni. Ma siano arrivati a metà novembre e non c’è in vista alcuna convocazione. Perché neppure la ministra Boschi riesce ad arrestare una deriva che ha pesanti ripercussioni anche sul piano internazionale? C’è davvero alla base un cortocircuito politico in cui è difficile individuare tutti i risvolti?

LA CONFUSIONE DEGLI ENTI AUTORIZZATI.

In Italia sono 62, un numero spropositato. Ne abbiamo quasi il doppio degli Stati Uniti, che ha però ha un numero di abitanti sei volte superiore al nostro e dove le adozioni sono il 50 per cento in più. Inoltre tra i vari enti, come hanno riconosciuto molti degli esperti intervenuti, c’è disomogeneità e disorganizzazione. In Commissione giustizia è stato auspicato un innalzamento dei requisiti di qualità e di trasparenza. Gli enti inoltre agiscono senza alcun coordinamento. In Colombia, per esempio, operano addirittura 20 enti italiani autorizzati. In Burkina Faso sono 10. Altrove sono pochissimi. Una molteplicità di presenze, con livelli di professionalità molto differenziati, che non agevola né il compito delle autorità locali né quello delle famiglie. Qualcuno ha auspicato un dimezzamento degli enti o addirittura un superamento del modello tradizionale con la creazione di un’Agenzia nazionale delle adozioni. Il dibattito è aperto.

L’INEFFICIENZA DEI SERVIZI SOCIALI.

Un aspetto su cui hanno insistito la maggior parte degli intervenuti. Nelle grandi città le situazioni a rischio di cui dovrebbero farsi carico i servizi sono troppo numerose per assicurare livelli di efficienza adeguati. Nei Comuni piccoli e medi c’è il problema opposto, quello della frammentazione. Per tutti vale l’allarme risorse. I tagli del welfare impediscono gli adeguamenti degli organici. Soprattutto al Sud – emblematico il caso Campania – tanti piccoli Comuni sono privi di assistenti sociali e non possono procedere a nuove assunzioni. Perché allora non ripensare il circuito di presa in carico del minore? Si può fare a meno dell’intervento degli enti locali? Si possono attribuire responsabilità diverse a enti e associazioni? Ma in questo caso chi sarebbero gli interlocutori dei tribunali? Diversi i pareri presentati. Anche questo è un problema che la nuova legge non potrebbe eludere.

LA MANCANZA DI UN DATABASE NAZIONALE.

Il numero dei bambini che ogni anno, in Italia, si rende disponibile per l’adozione è noto. Sono circa un migliaio. E per ognuno di loro ci sono in media circa dieci famiglie disponibili all’accoglienza. Secondo dati del ministero della Giustizia sarebbero invece circa 300 i minori che non riescono a trovare collocazione. Ma sarebbero tutti adolescenti con patologie fisiche o psichiche che una famiglia sola, senza preparazione specifica, non sarebbe in grado di affrontare. E allora, come hanno sottolineato vari giudici minorili, servirebbe davvero un database nazionale che, si dice, permetterebbe di incrociare in tempo reale le richieste di minori e di famiglie? Anche in questo caso c’è chi eccepisce.

FALLIMENTI POST-ADOZIONE.

Sono in crescita ovunque e riguarderebbero in modo particolare le adozioni internazionali di preadolescenti e adolescenti. Dati precisi però non ce ne sono. I giudici parlano di 'restituzioni', un termine che non riesce a cancellare la drammaticità della decisione, sia per i ragazzi sia per le famiglie. Ma anche la conferma che, soprattutto in questi ultimi anni, l’adozione non è un percorso per tutti. La buona volontà, lo slancio emotivo, la disponibilità al sacrificio non bastano più di fronte a situazioni che, soprattutto a livello internazionale, sono sempre più complesse. Indispensabile una preparazione specifica delle coppie e un’assistenza permanente da parte di professionisti. Ma, in assenza di progetti sostenuti dall’ente pubblico, chi copre questi costi? Sempre le famiglie, purtroppo. E quelle che se le possono permettere sono sempre di meno.

ALLARGARE LE POSSIBILITÀ DI ADOZIONE?

Anche alla luce di questa realtà e di questo quadro statistico non pochi esperti, compresi alcuni magistrati, si sono chiesti che senso avrebbe allargare per legge la base di chi può accedere all’adozione legittimante. Si può obiettivamente ipotizzare che single o coppie omosessuali possano riuscire laddove genitori di esperienza collaudata mostrano difficoltà crescenti? La stessa domanda è rimbalzata nei giorni scorsi al convegno del Ciai. «Il parlamento può decidere quello che vuole – ha sottolineato davanti alla Commissione un giudice di un importante tribunale – ma se ignora il dato di realtà avremmo cancellato una buona legge, quella esistente, per sostituirla con qualcosa di confuso e imprecisato».

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