La salvezza è umano tocco
domenica 22 gennaio 2017

La memoria si comporta in maniera bizzarra. Non ricorda ciò che è ovvio, normale, chiaro, ma ciò che è strano, segreto, rivelativo. Ciò che non t’aspettavi. Ciò che, appena lo vedi, stabilisce un cortocircuito col tuo cervello, e gli scarica dentro messaggi indelebili. Il salvataggio dei sopravvissuti alla valanga del Gran Sasso è certamente un avvenimento che segnerà una tappa nella nostra memoria, ce lo porteremo dentro finché camperemo. Ma qual è il centro di quell’avvenimento? Che cosa ricorderemo di più? Qual è la visione che simboleggia e riassume tutte le altre? Me lo chiedo. Una è certamente la gioia dei bambini raggiunti dai salvatori dentro la loro buca: i piccoli saltavano e ballavano. Un’altra è la bambina che, appena tirata fuori, ha chiesto: «Ci sono ancora i miei biscotti nello zaino?».

Ma, piccola anima, in tutto questo tempo di nostra angoscia, il tuo pensiero era che qualcuno potesse mangiarsi i tuoi biscotti? Conosco la marca di quei biscotti, ma non la dico qui. Sarebbe una pubblicità portentosa. La ditta che produce quei biscotti potrebbe costruirci uno spot mirabolante: 'A cosa pensa un bambino sepolto dalla valanga di Rigopiano? Ai nostri biscotti. Non vede l’ora di tornare per mangiarseli'. Ma proprio per questo quell’episodio non simboleggia il salvataggio. È carino, ma è alienato. È consolatorio per noi: se quella bambina, sepolta viva, pensava ai suoi biscotti, beh, allora stava meglio di noi, la vera angoscia era la nostra. Meglio così, naturalmente. A simboleggiare la salvezza, il salvataggio, con tutto ciò che di umanamente e moralmente grandioso c’è in questa operazione, è l’emersione dal buio sotterraneo della prima donna. Nulla di eccezionale, ma tutto è memorabile.

La donna vien tirata su in verticale, attraverso un buco scavato nella neve ghiacciata, sull’orlo del buco stanno in piedi ottodieci soccorritori che l’aspettano, i più vicini l’afferrano per dove possono, un braccio, una mano, appena lei è fuori tutti fanno a gara per toccarla, posarle una mano sulla testa, su una spalla, lei capisce questo bisogno di toccarla e gira intorno la mano destra aperta, tutti la strusciano con un dito, due dita, poi lei viene stesa su una barella e portata via. Mi ha dato l’idea che i soccorritori eran lì per questo: riportare fuori qualcuno, ancora vivo, e toccarlo. Il contatto trasmette in ciascuno di loro una serie di sensazioni perenni: è vivo, anche per opera mia, per il mio lavoro. Ho passato la notte qui, la stanchezza e il freddo sono disumani, ma valeva la pena. Ho salvato. Sono un salvatore. Non lo dimenticherò mai. In punto di morte, rivedrò questo momento. Morire sarà per me più felice, o meno infelice.

Adesso posso tornare alla mia vita di prima, al mio solito lavoro, ma non sarò più quello di prima. Io ho compiuto una missione di salvezza. Non so niente della donna che ho salvato, ma salvarla era la mia missione. Quando mi siederò a tavola a mangiare, di fronte a mia moglie, non mi sentirò a disagio. Se avessi mollato l’impresa a metà, perché il freddo era troppo, la fatica era tanta che rischiavo di restarci secco io, se fossi tornato a casa senza aiutare nessuno, di fronte a mia moglie e ai miei figli mi vergognerei. Se ben ricordate, è il ragionamento che fa Tom Hanks, il capitano della squadra mandata a salvare il soldato Ryan. C’è un ammutinamento nella squadra, qualcuno vorrebbe mollare e andarsene. Ma Tom Hanks risponde: mi vergognerei per sempre, non avrei più il coraggio di presentarmi a mia moglie.

C’è del miracoloso nel salvataggio della donna tirata fuori dal ventre della valanga, come in ogni altro salvataggio qui sul Gran Sasso, e cosa si fa, di fronte a un miracolo? Si cercano le prove. Si tasta, si tocca, si guarda. Così fanno questi salvatori: tutti vogliono toccarla. Anche noi. Fanno quel che vorremmo fare noi. Loro non dimenticheranno mai quel contatto. E noi quella visione. Il simbolo della salvezza è questo.

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