La dis(unione) non fa la pace
sabato 5 febbraio 2022

Da molte, troppe settimane viviamo in Europa la più grave crisi di sicurezza dell’epoca post-bipolare, con la minacciata invasione russa dell’Ucraina. Sono ormai innumerevoli le analisi che sottolineano l’aggressività di Mosca ovvero l’avventatezza della Nato; la protervia di Putin e le oggettive percezioni di insicurezza del suo Paese; la necessità di appoggiare Kiev e il suo essere manifestamente lontanissima dagli standard richiesti per accedere all’Alleanza Atlantica.

Colpe e ragioni, è evidente, pur essendo di entrambi gli schieramenti, non sono tuttavia equiparabili: se forse è stato improvvido ogni discorso di inclusione dell’Ucraina nella Nato, è storicamente evidente quanto la Russia putiniana sappia essere ben più aggressiva e tracotante del sistema difensivo a cui partecipa anche l’Italia. Ma quanto è opportuno comprendere ora sono le conseguenze geopolitiche e geostrategiche subite dall’Occidente, comunque gravi quali che siano gli sviluppi futuri di questa crisi. Tanto che a Putin converrebbe in ogni caso un compromesso, alla luce dei tanti risultati ottenuti. In primo luogo, l’entrata dell’Ucraina nella Nato, al di là di ogni altra considerazione, sembra scongiurata. E l’auspicato ritorno allo spirito dei disattesi "accordi di Minsk" del 2014 – fatto proprio anche dal nostro presidente del consiglio Mario Draghi nella sua telefonata con Putin – potrebbe rilanciare quella riforma dell’assetto costituzionale dell’Ucraina per riconoscere margini di autonomia alle regioni in cui è significativa la presenza russa.

Soprattutto, le lezioni che possiamo trarre dalle frenetiche mosse diplomatiche di questo inizio anno mostrano non tanto l’impreparazione all’azione militare dei Paesi europei, quanto la disgregazione del principio cardine di ogni alleanza militare difensiva, ossia la solidarietà nell’aggressione e l’unicità della risposta. Non appena il presidente Biden da Washington ha alzato il livello del confronto con Putin – e poco importa se fosse per motivi di politica interna, dato che i suoi livelli di consenso popolare sono disastrosi –, dalle capitali del Vecchio Continente si è alzato un coro distonico di distinguo. Non solo abbiamo fatto immediatamente capire che l’opzione militare non era neppure immaginabile, ma abbiamo sciorinato posizioni molto differenti anche sull’idea di sanzioni economiche «durissime» in caso di invasione russa. L’Ungheria ha rotto il fronte dei Paesi est-europei – ossessivamente russofobi, sia pure per comprensibili motivazioni storiche – correndo a Mosca; mentre la paura di essere privati del gas russo ha ampliato le fessure e i distinguo in seno alla Nato. Del resto, la Ue in questi decenni, per via di proprie miserevoli rivalità interne, ha sabotato ogni tentativo di ridurre la dipendenza dal gas russo. Tanto che di tutti i progettati e mai realizzati nuovi gasdotti, il più significativo è quel contestato North Stream2 che lega ancor più gli interessi di Berlino e Mosca. La Francia, la cui diplomazia guarda da secoli con una certa indulgenza alle ragioni e ai timori russi, si è mossa per porsi alla guida di una nuova fase diplomatica, irritando probabilmente tanto gli Usa quanto la Gran Bretagna.

Insomma, la crisi sta mostrando – e non solo alla Russia – che l’Europa è come al solito disunita. Ma sta creando, o rendendo più evidenti, anche fessure all’interno della Nato. In un mondo sempre più confuso, conflittuale e alle prese con una straordinaria redistribuzione della potenza globale – con la Cina che si affaccia con maggiore convinzione nel Mediterraneo, mentre fa apparire ancora più solida la propria alleanza con la Russia – un’Europa geopoliticamente fragile non può permettersi di fare a meno della solidarietà atlantica.

E ancor meno deve offrire il destro ai tanti che a Washington vorrebbero disincagliarsi dai legami con il nostro continente, sempre meno centrale, per occuparsi maggiormente di quanto avviene nel quadrante indo-pacifico. Se è certo che la soluzione della crisi ucraina passa dalla diplomazia e non dalle armi, noi europei dobbiamo imparare a parlare con una voce sola. E a essere partner credibili per tutte gli attori in gioco.

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