Errori e orrori di Cesare Battisti. In quel non-pentimento pesa la cultura della morte


Ferdinando Camon giovedì 12 ottobre 2017

Quand’ero studente di liceo, tra i manuali adottati dalla scuola c’era una guida alla lettura che presentava brevemente i principali libri da leggere, di tutte le letterature del mondo. Ricordo ancora l’espressione con cui spiegava il delitto di Raskòlnikov: «Per la coerente applicazione di un principio sbagliato».

Dunque, Raskòlnikov è «coerente», e la coerenza è una qualità. Non si contraddice, non si rinnega, non fa marcia indietro. In questo è ammirevole. Leggendo il romanzo, non pensiamo mai di lui: «Che meschino, che piccolo uomo, quanto privo d’interesse, quanto disprezzabile!». Guardiamo allucinati la strada che lui percorre, rabbrividiamo quando vediamo che sbocca nell’uccisione di una vecchietta e, per me questa è una condizione pre-necessaria al delitto, nel disprezzo di Dio, cioè nella bestemmia. Calando la mannaia sulla testa della vecchietta, Raskòlnikov bestemmia.

Ho già parlato, qui, di questo punto che di solito la critica ignora. Prima di uccidere una persona, devi uccidere chi le sta davanti, cioè Dio. È l’abisso dell’errore. Siamo a metà romanzo, tutto il resto è necessario per descrivere la risalita: ha fatto quel che ha fatto perché era nel buio, vedeva male, ammazzava e questo ammazzare gli sembrava “buono”, eliminando una vecchietta usuraia sgravava l’umanità di un peso paralizzante, senza quel peso l’umanità cammina meglio.

È un principio sbagliato per il quale “merita” la condanna e la prigione, e la sua redenzione comincia non quando va in prigione, ma quando capisce che la prigione è giusta, e cioè nell’ultima pagina. La redenzione è questo: l’autocondanna. Nei decenni scorsi tanti rivoluzionari e contestatori italiani, francesi, tedeschi, si son trovati nella stessa situazione: aver ucciso e dover prenderne coscienza. Non tutti ci riescono. Cesare Battisti non ci riesce. Voleva il riscatto del proletariato, è condannato a due ergastoli per quattro omicidi, e le persone che ha ucciso non c’entrano niente con il riscatto del proletariato. Sono, sic et simpliciter, quattro omicidî. Era convinto che la Storia fosse bloccata in un ordine sociale paralizzato, che quest’ordine fosse ingiusto, e che uccidere servisse a sbloccarla e farla rotolare verso un altro ordine. Ha ucciso per la coerente applicazione di un principio sbagliato. Ha sbagliato quattro volte. È stato condannato per questi errori.

Quel che manca alla sua parabola umana è l’accettazione della condanna, la presa di coscienza che la condanna è giusta. Solo da lì potrebbe partire una sua redenzione. Ma il caso è più complicato di così. Raskòlnikov viene scoperto da un commissario, che lo segue non da dopo il delitto, ma da molto prima. Da quando Raskòlnikov aveva pubblicato un articolo in cui sosteneva il «diritto di uccidere», se colui che uccidi è un essere inutile all’umanità. Raskòlnikov aveva firmato quell’articolo non col nome ma con le iniziali, anzi con una sola iniziale, ma il commissario s’era detto: «Non si fermerà qui». Anche Battisti viene da una galassia di movimenti e gruppi che teorizzavano il diritto di uccidere, per sbloccare la storia. Anche leggendo i loro articoli si poteva dedurre: «Non si fermeranno qui». E non si fermarono infatti. È passato tanto tempo, le cose sono più chiare, la coscienza è più illuminata, dovremmo fare giustizia e pacificarci col passato. Ma non ci riusciamo. Chi ha commesso quattro omicidi non si pente, trova gruppi d’opinione e perfino Stati che lo sostengono, non riusciamo ad attuare la pena. Il nostro Stato non ce la fa.

Uno Stato vicino e fratello non collabora, uno Stato lontano, dall’altra parte del mondo, sentenzia e delibera (finora) in senso contrario al nostro. Siamo tutti in attesa che il nostro Stato trovi il modo d’imporsi, di farsi ascoltare, se ha condannato uno all’ergastolo di farselo dare, magari per una pena a trent’anni (che sarebbe anche più umana), e ci sembra colpa del nostro Stato se questa diventa la storia di “quattro delitti senza castigo”. Non ci viene in mente quel che capiva il commissario: un delitto comincia quando lo teorizzi, lo scrivi, lo pubblichi. È allora che devi fermarlo. Se non lo si ferma, la colpa è degli uomini di cultura, d’insegnamento, d’informazione, d’opinione. Vivevamo immersi nella “cultura della morte” e non abbiamo saputo fermarla. Oggi ne paghiamo le ultime conseguenze.

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