mercoledì 6 dicembre 2017
Tutelare i minori in rete una questione educativa
Il social per bambini che illude i genitori

Ogni volta che un colosso del mondo digitale annuncia un progetto «per i bambini», istintivamente siamo portati, se non a gioire, almeno a tirare un respiro di sollievo. Anche i meno tecnologici tra noi hanno infatti capito che ormai web e social sono parte delle nostra vita. E l’idea che qualcuno crei una sorta di 'area protetta' per i nostri figli, non può che farci piacere. Le cose però sono molto più complicate di come appaiono. L’annuncio secondo cui Facebook ha creato Messenger Kids, una versione semplificata di Facebook Messenger destinata ai minori di 13 anni (che permette di chattare e inviare foto e video come WhatsApp), dovrebbe farci riflettere su due punti. Il primo: dopo la polemica sulle fake news e l’odio online, Facebook sta facendo di tutto per apparire un social 'buono' e utile. Secondo punto: i colossi del web vogliono a tutti i costi il pubblico dei bambini.

Perché sono il futuro. Perché già oggi è facile trasformarli in consumatori 'bisognosi' di giocattoli e regali. Perché producono fatturato. Perché sono una risorsa molto preziosa. Per i bambini, poi, le tecnologie sono strumenti quotidiani che vedono già alla nascita. Qualcosa quindi di perfettamente normale. Con tutti i vantaggi e i pericoli che questo comporta. E poi ci sono i genitori (gran parte di noi). Tanto preoccupati quanto (spesso) tecnologicamente arretrati. Adulti che sognano che un algoritmo, un’app, uno strumento, un 'qualcosa' crei un’area protetta per i bambini e ci faccia dormire sonni tranquilli.

Per questo sono nati YouTube Kids, Kiddle (una sorta di Google per i bambini) e Family Link di Google, che avrebbe dovuto permettere ai genitori di controllare meglio i figli online. Per questo, già da anni Facebook ha persino pensato a un social per bambini, depositando un brevetto per una specie di sistema di 'controllo' che permetta la sorveglianza del profilo del proprio figlio da parte dei genitori. Per questo ora arriva Messenger Kids, «a cui i bambini si possono iscrivere con l’account dei genitori, così saranno mamma e papà ad autorizzarne l’uso e a decidere con quali contatti i figli potranno scambiare messaggi e lanciare videochat, anche di gruppo. La chat non prevede pubblicità, né la possibilità di fare acquisti e nemmeno la possibilità di far sparire i messaggi o nasconderli nel caso in cui i genitori volessero controllarli».

Così, mentre gli adulti si sentono più tranquilli, Facebook abbatte un altro importante muro: il divieto ai minori di 13 anni di iscriversi a un servizio simile. La soglia minima dei 13 anni è stata decisa in America dal Children Online Privacy Protecion Act del 1998. Una legge che non protegge in toto i bambini da social e app, ma regola l’uso da parte dei gestori dei dati digitali dei minori di 13 anni, rendendoli così complicati e costosi da raccogliere al punto da indurre le società a tenersene alla larga. Fino a poco fa, tuttavia. Non a caso Messenger Kids informa che «le informazioni raccolte sui bambini non saranno usate per fare pubblicità».

Ma verranno raccolte e utlizzate comunque. Su minori di 13 anni. Il trucco è che avverrà con la 'complicità' dei genitori. È questo il punto nodale: la decisione di come far usare ai minori gli strumenti digitali non spetta ai bambini (anche se sono molto più tecnologici di tanti adulti), ma ai genitori, agli educatori, agli insegnanti. Ed essi, per farlo al meglio, devono studiare le nuove tecnologie. In questo senso, all’orizzonte c’è una data importantissima: il 25 maggio 2018, fra sei mesi circa, diventerà definitivamente applicabile in via diretta in tutti i Paesi Ue il 'Regolamento europeo in merito alla protezione dei dati personali'. Stabilisce tra l’altro l’obbligo di portare da 13 a 16 anni il limite minimo per iscriversi a Facebook, Snapchat, Instagram e gli altri social (e persino per aprire una casella di posta elettronica).

Mancano solo sei mesi, eppure nessun gestore di social sembra preoccupato. Come mai? Perché la Ue ha deciso «di attribuire la facoltà alle singole nazioni di conservare la soglia dei 13 anni attualmente in vigore se lo riterranno opportuno». E c’è da scommettere che, per calcolo o anche solo per pigrizia, la maggior parte dei Governi terrà il limite attuale dei 13 anni. Salvo poi magari protestare quando la data limite per cambiare le cose sarà stata superata.

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