Il senso di Francesco per la forza delle donne
venerdì 3 gennaio 2020

Si devono aguzzare le orecchie quando un uomo di buona volontà prova a parlare delle donne scansando i luoghi comuni della misoginia e della retorica, perché certamente per gli uomini è piuttosto difficile. Perfino a Sigmund Freud, benché in debito con il linguaggio delle cosiddette isteriche per l’invenzione della psicoanalisi, toccò ammettere la resa: «La grande domanda, alla quale nemmeno io ho saputo rispondere malgrado trent’anni di lunghe indagini, è questa: che cosa vuole la donna?».

E Jacques Lacan, che conferisce al fallo lo statuto di principio ordinatore, non può che pensare alla donna come eccentrico indecifrabile. Rimettere la donna dove naturalmente è collocata - altro che eccentrico - al centro dell’esperienza di ciascuno di noi, che senza possibile eccezione da una donna è nato e poi è stato cresciuto e ha imparato a parlare; ricollocare la relazione con la madre alle fondamenta della civiltà umana: l’operazione comporta una rivoluzione simbolica e anche politica.

Che cosa mancava a Freud e a Lacan per capire che cos’è una donna e per condurre questa rivoluzione, se non il senso del divino che è in lei? Nella sua omelia del 1° gennaio, nel giorno dedicato a Maria Santissima, Francesco ha parlato del corpo delle donne – proprio del loro corpo di carne – come il luogo in cui l’umanità non solo nasce ma rinasce nella salvezza: Gesù, ha detto il Papa, non è venuto nel mondo come adulto – e non sarebbe stato forse più semplice inviarlo in quel modo, da uomo bell’e fatto, senza dover domandare a una ragazza di portarlo alla luce? – ma è stato «concepito nel grembo e lì ha fatto sua la nostra umanità, giorno dopo giorno, mese dopo mese», diventando quella «carne che ha preso nel grembo della madre».

Una donna come principio del Principe della Pace. Dio non ha voluto fare a meno di lei, ha disposto che suo Figlio nascesse come tutte e tutti, nel dolore e nella gioia del parto, ricevendo da una madre «le prime carezze » e «i primi sorrisi». Il discorso di papa Bergoglio contro ogni violenza sulle donne si radica con forza proprio qui, in questa carne di donna in cui «Dio e l’umanità si sono uniti per non lasciarsi mai più». Violare il corpo di una donna secondo Francesco è profanare questo abbraccio e offendere Dio, non soltanto lei. «Eppure – dice – le donne, fonti di vita, sono continuamente offese, picchiate, violentate», e qui il Papa nomina anche la prostituzione. «Da come trattiamo il corpo della donna comprendiamo il nostro livello di umanità.

Quante volte viene sacrificato sugli altari profani della pubblicità, del guadagno, della pornografia, sfruttato come superficie da usare. Va liberato dal consumismo, va rispettato e onorato; è la carne più nobile del mondo, ha concepito e dato alla luce l’Amore che ci ha salvati! Oggi – continua – pure la maternità viene umiliata, perché l’unica crescita che interessa è quella economica ». E parla, il Papa, delle migranti alla ricerca di un luogo dove crescere i loro bambini al riparo dalla miseria e dalle guerre, e delle donne che ogni giorno perdono il lavoro per il fatto di essere diventate madri.

Senza nominare Dio – non sempre, almeno – il femminismo resiste alla misoginia, alla prevaricazione e al dominio, perversioni del rapporto tra i sessi che costano un prezzo enorme al mondo e all’umanità intera («un avvelenamento globale»), non soltanto alle donne. E rilancia per il prossimo 8 marzo la parola d’ordine dell’inviolabilità del corpo femminile, parola che oggi assume un significato definitivo.

Violenza e femminicidio, prostituzione e utero in affitto, maternità sotto attacco nel mondo del lavoro, eterocontrollo della riproduzione e bio-business sempre più fiorente; fino al punto di non potersi più liberamente dire donne, impedite da bavagli orwelliani. Poter parlare la propria lingua di donne (il femminismo la chiama indipendenza simbolica) è il contravveleno irrinunciabile per ogni violazione. Poter dire liberamente di noi stesse e del mondo dando voce a tutte le cose che 'custodiamo nel nostro cuore' è il primo passo per poter 'trasmettere i nostri doni', come auspica Francesco, e partecipando pienamente «ai processi decisionali», capaci di pace e di cura come siamo.

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