mercoledì 12 settembre 2018
L'atteggiamento prevalente dei ragazzi verso le fedi diverse dal cristianesimo incontrate tra i coetanei sin dall’infanzia è quello del rispetto, della curiosità, della tolleranza
Il pluralismo religioso chiede risposte giovani

Fa parte dell’esperienza attuale dei giovani l’incontro con coetanei che provengono da Paesi diversi e che professano religioni differenti dal cristianesimo. La scuola, le squadre di calcio, i contesti del tempo libero, offrono di continuo occasioni numerose di incontro con la diversità culturale e religiosa. E questo non può non creare curiosità, interesse o diffidenza, ammirazione o rifiuto. La scuola soprattutto costituisce un ambito privilegiato di incontro, quello nel quale lo scambio non ha come elemento centrale l’identità religiosa ma la relazione, l’amicizia, l’esperienza dello studio. Le nuove generazioni sono così più libere di quelle delle loro madri e dei loro padri di fronte al fatto religioso, che diviene per ciascuno una dimensione con cui confrontarsi in modo più spontaneo, perché conosciuta dentro un rapporto di amicizia e di condivisione di vita.

A partire da lì, la differenza interroga, pone questioni, allarga l’orizzonte e fa pensare. Molto interessante è la testimonianza di questa giovane: «Io sono stata una persona molto fortunata, perché in classe con me, dalle elementari in poi, ho sempre avuto la fortuna di avere persone di altre religioni. Quindi, in realtà mi sono avvicinata da piccola, da quando avevo cinque anni... ho cominciato a conoscere le religioni diverse dalla mia. Questa cosa mi ha aiutato molto nella tolleranza, ho sempre visto nei miei compagni di classe persone come me, non ho mai detto 'Oddio quello è di un’altra religione!', erano bambini come me, che giocavano con me e che semplicemente erano cresciuti in una famiglia dove si era sviluppata una religione diversa. È partito tutto da là, dalla curiosità del bambino che dice 'ma perché tu fai così piuttosto che così?', e quindi a partire da quella che a cinque-sei anni poteva essere la curiosità, perché l’amica con cui giocavo credeva in un altro Dio. Poi, pian piano, mi sono documentata per capire effettivamente chi fosse quest’altro Dio».

Nelle interviste raccolte nell’ambito della ricerca sul mondo religioso dei giovani italiani realizzata dall’Osservatorio Giovani dell’Istituto Toniolo ( Dio a modo mio. Giovani e fede in Italia , a cura di Rita Bichi e Paola Bignardi, Vita e Pensiero, Milano 2015) è molto interessante notare come, nei più pensosi, la riflessione prenda spunto dal confronto con i coetanei che hanno un diverso modo di credere per allargarsi al tema della fede in generale, di Dio, del rapporto tra la fede e la cultura. E nel raccontare che cosa importerebbero dalle altre religioni molti di loro hanno tracciato il profilo della religione che vorrebbero. L’atteggiamento prevalente dei giovani verso le religioni diverse dal cristianesimo è quello del rispetto, della curiosità, della tolleranza. Come incontrano coetanei che rappresentano e interpretano culture diverse, così si confrontano con naturalezza con coloro che professano religioni diverse dalla propria. L’opinione di questo giovane lo dice chiaramente: «Penso che ognuno sia libero di credere in quello che vuole. Si deve trovare un dialogo comune, però l’importante è che ci sia rispetto reciproco».

Che è come dire: «Io rispetto la religione degli altri e chiedo che loro rispettino la mia». Molte volte però la posizione dei giovani diventa meno sbrigativa e più attenta: si coglie interesse per un modo diverso di entrare in dialogo con Dio, curiosità per modi originali di esprimere il proprio credo, l’ammirazione per un impegno coerente e deciso nel vivere ciò che la fede richiede, il fascino per ciò che è possibile ricevere dalla religione in termini di tranquillità e di benessere interiore. Le posizioni sono ovviamente variegate, in base alla sensibilità personale e alle esperienze vissute. Vi sono gli entusiasti: «La penso come il Concilio... ovvero sposo il principio delle verità sinfoniche... i diversi sguardi non dividono la luce ma aiutano a vederla meglio. Ci sono cose splendide in ognuna delle grandi religioni sulla terra, è un po’ come un prisma: la luce entra ed esce di mille colori, ma è la stessa luce. L’uomo che crede e si mette in dialogo con il trascendente è una cosa spettacolare, siano i muezzin in Marocco e gli aborigeni che cantano in Australia. La luce è una e il mondo e come un prisma...».

Gli scettici, secondo i quali, per il fatto che esistono molte religioni, nulla è certo: tutti pensano che la propria religione sia «ortodossa, giusta, però tutti hanno le prove, ognuno ha i propri testi sacri... e chi seguire?». L’orientamento che è possibile cogliere più frequente è la tendenza a un sincretismo piuttosto diffuso. Questo giovane, ad esempio afferma di essersi creato un mix, «una mia personale ricetta, un mio personale cocktail con il quale riesco a vivere una mia fede. In questo sono molto in pace con me stesso, perché intanto l’ho scelto io, e ho preso di tutto un po’, ho preso quello che mi interessava, che ritenevo giusto delle diverse religioni». La scarsa conoscenza della propria e delle altrui religioni, così come un’identità religiosa piuttosto debole, fanno sì che il pluralismo, più che indirizzare al dialogo e a una convergenza su obiettivi comuni, orienti a uno sfumare delle diverse identità l’una nell’altra.

L’attuale situazione di pluralismo contribuisce a risvegliare in modo nuovo in diversi giovani la questione religiosa: la complessità delle domande, le inquietudini, le attese che essi custodiscono dentro di sé, talvolta senza averne piena consapevolezza. Anche coloro che si dichiarano cristiani e praticanti, che hanno familiarità con le risposte del cristianesimo alle grandi domande dell’uomo, quando sono indotti a riflettere sull’esperienza religiosa in termini universali avvertono dubbi e inquietudini. Segno che non si sono ancora incontrati con una esperienza di vita cristiana sufficientemente consapevole, interrogata, interiorizzata. La riflessione sulle altre religioni pone in termini inediti la questione di Dio. Pur nella frammentarietà delle conoscenze, l’incontro con esperienze religiose diverse sembra destare interrogativi e riflessioni importanti, facendo emergere una ricchezza normalmente sommersa. Una grande sfida per tutti coloro che hanno a cuore la crescita integrale dei giovani e soprattutto per quanti nella comunità cristiana svolgono il compito dell’educazione alla fede delle nuove generazioni.

Le considerazioni dei giovani tratteggiano in qualche modo il loro profilo religioso ideale, libero da un opprimente senso del proprio peccato, come questa ragazza che auspica che ci si scrolli «di dosso il senso di colpa continuo, il peccato che è dentro di noi sopra di noi, mi pento e mi dolgo, che è molto presente nella religione cattolica». Qualcuno desidera anche una minore presenza di mediatori, per un rapporto più diretto con Dio: «Avere meno figure di mediatori, come può essere il prete, la suora; religioni dove c’è un rapporto più diretto e dove entra molto anche la natura come manifestazione della bellezza e della grandezza di Dio». La religione che i giovani auspicano, poi, è inclusiva, pacifica, tollerante delle differenze, è anche semplice, senza troppe rigidità e troppi orpelli. Tante provocazioni per le comunità, per gli educatori cristiani e per il modello di cristianesimo che propongono. Se la comunità cristiana riuscirà a porre maggiore attenzione alla situazione di pluralismo che ormai caratterizza la società, anche italiana, potrà trovare in esso una risorsa importante per affrontare in termini nuovi la questione di Dio e del valore della dimensione religiosa della vita, divenuta per molti estranea o troppo scontata.

Coordinatrice Osservatorio Giovani Istituto Toniolo

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