giovedì 26 maggio 2011
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Ammettiamolo pure: salvo addetti ai lavori e cultori del genere, chi si occuperebbe spontaneamente di bioetica se non vi fosse indotto da quel che ci accade attorno? La complessità tecnica della materia, il rilievo degli interrogativi che essa apre a ogni nuovo fatto, l’entità delle faglie spalancate nella coscienza di ciascuno di noi sono tali da incoraggiare più la fuga e il disinteresse che l’impegno per un’impegnativa conoscenza dei fatti e la formulazione di giudizi passabilmente coerenti con le convinzioni personali. Della bioetica come parte del menù quotidiano di notizie e pensieri, istintivamente, avremmo forse fatto a meno: troppo faticosa, complessa, astrusa, e a volte anche troppo doloroso arrivare a un’opinione convincente. Perché basta il senso comune a capire che davanti all’embrione o al paziente vegetativo, al destino del neonato prematuro o alla contraccezione "d’emergenza" non ce la si può sbrigare con due parole di circostanza: di mezzo non ci sono categorie astratte ma l’uomo vivo, la sua esistenza pulsante, prodigiosa, fonte eterna di sorpresa, ammirazione, gratitudine. Il suo mistero, il suo destino. Com’è possibile spingersi dentro questo territorio che tutti dovrebbero sentire intoccabile senza rischiare l’inciampo a ogni passo? Più facile sarebbe chiudere gli occhi, contentarsi di opinioni prêt-à-porter un po’ stazzonate ma sulla bocca di tutti, e restare ostinatamente della propria idea anche al cospetto di eventi eclatanti.Ma è proprio in questo nocciolo incandescente della nostra epoca, dentro la conoscenza vibrante della vita umana che ci ha condotti la storia recente, portandoci a camminare su un inimmaginabile crinale che pare un asse di equilibrio, esposto al vento di notizie contraddittorie e di interpretazioni opache, di ostiche terminologie e di concetti che mai avremmo creduto di dover padroneggiare persino tecnicamente, assommando le nozioni di biochimici, giuristi, medici, filosofi. Dalla fecondazione artificiale alla ricerca sulle staminali, tra pillole abortive e nutrizione assistita, i fatti di questi ultimi anni ci hanno "costretti" a lasciarci alle spalle una declamazione generica di valori pure tenacemente creduti e vissuti. Le questioni che l’attualità ci sbatte sotto il naso quasi con impudenza non si accontentano più di chi si dice semplicemente "a favore della vita", perché richiedono informazioni, argomenti e scelte coraggiose – sì, anche politiche – che stanno alcuni passi oltre la semplice buona volontà. È la strada che da sei anni e trecento numeri – giusto oggi – i lettori di Avvenire percorrono in compagnia delle quattro pagine di è vita, terreno d’informazione e approfondimento bioetico nato nel 2005 dentro il cuore del giornale per assicurare il bagaglio indispensabile ad affrontare consapevolmente i referendum contro la legge 40. L’inserto di bioetica è divenuto poi compagnia settimanale del viaggio dentro il tempo che viviamo, nel quale la «questione sociale – coma ha scritto il Papa nella Caritas in veritate – è diventata radicalmente questione antropologica». Non è più consentito appassionarsi dell’uomo – e del mondo che va plasmando – senza avere coscienza di ciò che lo sfida e lo incalza più da vicino, la trasformazione dei termini stessi sui quali si definisce e si decide oggi la sua natura. Parlare di bioetica, informarsi sui termini delle questioni che inesauribilmente reclamano la nostra attenzione, oggi vuol dire questo: snebbiare dossier da leggende nere e manipolazioni, ripristinare il significato di parole e concetti strumentalmente alterati, restituire a idee e princìpi una spendibilità pubblica spesso negata.È per questo servizio che è vita continua il suo percorso: ragionare restando fedeli alla verità dei fatti, che mai dà torto alla verità sull’uomo, e muove tanti a un impegno per noi esemplare. Continuate a frequentare gli incroci dove si gioca il destino dell’umano, certi di non aver azzardato una testimonianza isolata: troverete sempre Avvenire con è vita al vostro fianco.
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