mercoledì 27 settembre 2017
La questione di come ci si presenta in classe è sempre la stessa e le regole ancor più necessarie. Lo dimostrano le direttive che la quasi totalità dei dirigenti scolastici ha imposto agli studenti
Il look giusto per la scuola insegna a vestirsi nella vita

Siamo rimasti uno dei pochi Paesi occidentali a non avere disposizioni nazionali su cosa è consentito indossare a scuola e cosa no. E non perché non se ne senta la mancanza o perché il problema sia emerso di recente. Sono passati quasi trent’anni – era il 1989 – da quando Sergio Mattarella, allora ministro dell’Istruzione, fu formalmente interpellato dal deputato radicale Ilona Staller sul caso di una studentessa di Vigevano richiamata dalla preside perché si era presentata in classe con un look azzardato. Non paga, la preside aveva anche proceduto a vietare formalmente alle allieve di indossare la minigonna durante le ore scolastiche. Da qui l’ira di Cicciolina. «Se è innegabile il diritto dei giovani a indossare modelli di abbigliamento diffusamente proposti dalla moda corrente e ormai naturalmente accettati, è altrettanto innegabile – rispondeva Mattarella – che le stesse famiglie, tranne rare eccezioni, si aspettano che nella scuola la naturale esuberanza dei giovani sia contenuta a livelli compatibili con un ambiente ove si esercita istituzionalmente una funzione educativo-didattica». Quindi – era la conclusione dell’odierno presidente della Repubblica – il provvedimento della preside «non può essere ritenuto sconveniente o suscettibile di censura».

Trent’anni dopo la questione è sempre la stessa e le regole ancor più necessarie. Lo dimostrano le direttive che la quasi totalità dei dirigenti scolastici ha imposto, chi prima, chi dopo, agli studenti. L’ultima risale a pochi giorni fa ed è entrata in vigore (tra le solite polemiche ormai trite) a Rimini, all’istituto tecnico industriale Belluzzi-Da Vinci, dove il dirigente scolastico Fabiana Fortunati ha vietato di indossare pantaloni corti, jeans strappati e magliette con i buchi, cannottiere, cappellini e sandali infradito. Sebbene a Rimini l’abbigliamento da spiaggia sia ben più consono che altrove, neppure lì lo è quando si entra in classe. Anche se è di moda: le ciabatte in passerella sono una novità recente, sdoganate nel 2013 in una sfilata di Céline che le mise ai piedi di una modella. L’anno dopo, le passerelle del prêt-à-porter furono un fiorire di ciabattine e infradito. Ma la moda è luogo di sperimentazione e soprattutto specchio dei cambiamenti culturali di una società. Niente nasce dal niente e anche gli stilisti non creano dal nulla: se un miliardario si presenta in ciabatte e bermuda alle riunioni aziendali, le ciabatte e i bermuda diventano chic. E Mark Zuckerberg, fondatore di Facebook, si presenta in ciabatte ovunque (c’è chi ha scommesso – perdendo – che le avrebbe avute ai piedi anche il giorno del suo matrimonio con Priscialla Chan).

Le Adissage – meno di trenta euro al paio – fanno parte insieme a felpa e bermuda della divisa d’ordinanza della Silicon Valley. Lo stile informale pare essere la regola non solo di Facebook ma anche di Tesla, eBay, NetFlix e delle altre migliaia di aziende dell’alta tecnologia che lì hanno sede. Zuckerberg, Larry Page e Elon Musk hanno rivoluzionato – oltre a svariati campi delle comunicazioni e della tecnologia – anche il concetto di eleganza. Parola che deriva dal latino eligere, cioè scegliere. Tutti possiamo scegliere? Sempre? Quel che è perdonato allo Zuckerberg tra le cento persone più influenti del mondo, era permesso allo Zuckerberg studente di Harvard? Se è vero che il look rimanda all’identità del singolo, ai sogni e ai desideri che si cuce addosso, e se è vero che sognare la Silicon Valley è proprio un bel sogno – con i suoi uffici dotati di biliardino e pista da bowling, dove la bicicletta si porta fin di fianco alla scrivania – è vero anche che prima di poter scegliere infradito e pantaloni corti, finalmente al lavoro in una delle aziende della Baia di San Francisco (per molti, forse, ma non per tutti) bisognerà subire anni di docenti che pretendono scarpe e pantaloni decorosi, capufficio che – giurassici – preferiscono una triste giacca grigia alla camicia hawaiana. Gente che ti sveglia dai sogni per precipitarti nella realtà.

A costo di passare per oscurantisti, bisognerebbe spiegare ai ragazzi che ciò che viene tollerato – sempre meno – in classe potrebbe essere considerato del tutto inadeguato, per esempio, in un contesto di alternanza scuola-lavoro: presentarsi a un’impresa con i pantaloni abbassati a far vedere le mutande non è un buon biglietto da visita. L’abbigliamento è un codice comunicativo, con una sintassi e una grammatica che bisogna saper padroneggiare. Per non rischiare di dire quel che non si vuole. L’apparenza inganna ma non tutti hanno il tempo, la voglia e le energie di andare oltre l’apparenza. Non ovunque la trasandatezza è tollerata, quasi dappertutto è bandita la volgarità. A leggerli con attenzione, la richiesta che si trova tra le righe dei tanti regolamenti emanati da un decennio a questa parte – ogni scuola ha il proprio – non è solo a vestirsi in modo consono ma, spesso, a “vestirsi”. I modelli imposti dalla moda sono improntati all’eccesso e all’esibizione e gli adolescenti – che abbiamo lasciato assuefare all’impudicizia – si piegano pur di sentirsi integrati nel gruppo.

Ma anche tra i ragazzi la discussione è aperta. Frizzante. E in qualche caso infuocata: lo scorso giugno, la CNN mandò in onda un servizio sul conflitto apertosi alla Breton High School, a Breton, un paese di circa 600 abitanti in Alberta. Un gruppo di studentesse appese nei bagni della scuola un manifesto – in realtà un foglio A3 scritto a caratteri cubitali – contro il dress code adottato dalla scuola. C’era scritto così: «Quando costringete una ragazza a cambiare i propri abiti facendole interrompere la lezione, o la rimandate a casa perché i suoi pantaloncini sono troppo corti o le spalline del suo reggiseno troppo visibili, le state dicendo che garantire ai maschietti un ambiente privo di distrazioni è più importante della sua istruzione. Invece di metterci alla berlina per il nostro corpo, insegnate ai maschi che le ragazze non sono oggetti sessuali». Dai ragazzi è arrivata la risposta a stretto giro di posta, con lo stesso metodo (un foglio A3 attaccato nei bagni). Dove si scopre che essere circondati da ragazze belle e provocanti non è il sogno di tutti gli adolescenti. O, comunque, non di tutti gli adolescenti da cui si pretendono concentrazione in classe e buoni risultati in pagella.

Cosa scrivono i maschietti? «Quando arrivate quasi svestite o vi abbigliate in modo provocante perché è “così caldo fuori” o perché pensate che sia attraente, state creando un ambiente che distrae i ragazzi dal loro lavoro e dicendo che i vostri vestiti sono più importanti della loro educazione. Invece di vestirvi come... (e qui c’è una pesante caduta di stile dei gentiluomini canadesi), date il giusto valore all’educazione dei maschi e vestitevi di conseguenza». Il verbo usato è “conservatively”, prudentemente. Sulla questione è stata costretta a intervenire la preside dell’istituto, Lara Jellymore, che ha invitato i suoi studenti a proseguire nel confronto senza scadere nell’affronto. Non perdendo l’occasione – succulenta – per annunciare un inasprimento del codice di abbigliamento, già dettagliatissimo. E valido sia per le ore passate in classe sia per quelle dedicate alle attività extracurriculari e perfino per le gite in campagna. La vera particolarità del manuale d’istruzioni è che tutte le regole sono state messe a punto – anni fa – da una commissione di studenti. Loro sì molto prudenti.

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