martedì 13 febbraio 2018
La contraddizione di Grillo: sostiene che siano le entrate monetarie e non l'attività a garantire inclusione sociale, ma subordina il reddito di cittadinanza all'accettazione delle offerte di lavoro
Il lavoro è centrale. A includere non sarà il reddito

Con un lungo post pubblicato sabato 10 febbraio sul suo sito, Beppe Grillo spiega e difende la filosofia sottesa al 'Reddito di cittadinanza', che rappresenta sostanzialmente il cuore del programma del Movimento 5 Stelle. Lo fa intuendo bene quale potrà essere l’evoluzione del lavoro determinata dal progresso tecnologico, compresi alcuni esiti assai auspicabili, ma finisce per contraddirsi sullo strumento da utilizzare per raggiungerli, rischiando così di spingere fuori strada la riflessione sul significato stesso del lavoro per l’uomo.

«Il reddito di cittadinanza – scrive Grillo – è previsto solo per chi è in un momento di bisogno e solo a condizione di accettare un lavoro proposto dai centri per l’impiego. Dopo un massimo di 3 proposte rifiutate, il reddito non viene più erogato. Il reddito di cittadinanza esiste già nella maggior parte dei Paesi Europei e non ha senso chiedersi se possa funzionare. Già funziona». Lasciando qui da parte la valutazione dei costi della proposta di M5S e le relative coperture, è interessante soffermarsi sulle motivazioni sottolineate dal fondatore del Movimento. «Molti posti di lavoro non hanno più senso di esistere e oggi, invece, si chiede agli Stati di aumentare la produttività, per uscire dalla crisi e diminuire il debito. Ma proprio dove si aumenta la capacità produttiva, si aumenta anche la disoccupazione. Non abbiamo più bisogno di lavorare così tanto. Le ore lavorative dovrebbero diminuire almeno a 5 ore al giorno», sostiene ancora Grillo. In realtà, bisognerebbe essere assai cauti nel demonizzare la produttività – che è cosa diversa dalla semplice quantità di lavoro o di produzione – non fosse altro perché è proprio il costante incremento della produttività dell’uomo che ci ha permesso di arrivare fin qui, a moltiplicarci fino a 7 miliardi di persone potendo sfamarci (quasi) tutti, e oggi a essere in grado di costruire macchine che ci permetteranno di lavorare per meno ore e con sempre minor fatica fisica. Questi ultimi sono obiettivi certamente auspicabili – assieme a una maggiore sostenibilità ambientale delle produzioni – ma sono determinati proprio dagli incrementi di produttività che non vanno quindi bloccati, semmai meglio indirizzati e i relativi frutti redistribuiti non solo al profitto.

Grillo, però, si spinge più in là: «In realtà non dovremmo parlare del lavoro. Si tratta di capire che il concetto di lavoro e, più in generale, il concetto sociale di vita, è cambiato. Andiamo verso un’epoca in cui il salariato non avrà più ragion d’essere». A caratteri cubitali, il fondatore di M5S sottolinea un punto che gli è caro da tempo: « Molte persone sono convinte di avere un posto di lavoro ma hanno solo un posto di reddito. Perché è il reddito che ti include nella società, non il lavoro. Abbiamo l’idea che l’uomo non possa far altro che lavorare, che la sua finalità ultima su questa terra sia avere un lavoro. Niente di più sbagliato. Siamo abituati ad andare al lavoro, a pensare la nostra vita in termini di cosa facciamo... ma la metà (se non tutti) dei cosiddetti lavori manuali ripetitivi e quelli da scrivania, o a bassa creatività, possono essere sostituiti già oggi con la tecnologia esistente. La tecnologia ci sta liberando da molti lavori e sta facendo emergere un tempo diverso: il tempo libero. (...) È incredibile come possiamo immaginare una vita passata a lavorare, a fare qualcosa che non ci piace, magari agli ordini di qualcuno con cui non andiamo d’accordo, ma non riusciamo a pensare di fare qualcosa che semplicemente ci diverte. Magari anche con le persone che amiamo».

L'idea postulata da Grillo che sia il reddito e non il lavoro a includere nella società è vera se si considera che anche chi non ha capacità lavorativa – ad esempio per età o per impossibilità fisica – ha tutto il diritto di vedere riconosciuta la propria dignità attraverso un sostegno anzitutto monetario, ma rivela la sua insufficienza se si guarda all’esigenza di essere incluso e al complesso delle persone. E infatti proprio il progetto di 'Reddito di cittadinanza' presentato dal Movimento 5 Stelle e ricordato all’inizio da Grillo prevede che esso sia subordinato all’accettazione di offerte di lavoro e addirittura che ne venga interrotta l’erogazione dopo 3 rifiuti. Colpisce che il fondatore del Movimento si contraddica da un lato dicendo che è solo il reddito e non il lavoro a includere nella società – e vagheggiando addirittura il superamento definitivo del lavoro stesso – ma dall’altro lato preveda di togliere il reddito a chi non accetta di lavorare.

Sul piano pratico appare più equilibrato e completo il progetto di 'Reddito di inclusione sociale' elaborato dall’Alleanza contro la povertà e in buona parte realizzato con il 'Reddito di inclusione' (Rei) varato dal governo Gentiloni. Perché il Rei con il contributo monetario (oggi ancora a livelli insufficienti) garantisce la sopravvivenza, individuando però proprio nel lavoro lo strumento per l’inclusione nella società e l’uscita dalla povertà. Così che, grazie all’accompagnamento dei servizi pubblici e del volontariato, la persona caduta in povertà sia soggetto attivo e non passivo del riscatto dalla condizione di bisogno attraverso lo studio, la riqualificazione e il reingresso nel mercato del lavoro.

Il lavoro, appunto. Certo è destinato a mutare profondamente già dal prossimo futuro: potrà essere svolto prevalentemente a distanza, sempre più da casa propria, con meno fatica e per meno ore, lasciando auspicabilmente maggior spazio alle attività di cura, alle relazioni sociali, al godimento della bellezza. Ma è impossibile immaginarne la fine completa e soprattutto negarne la centralità nel contesto sociale dell’uomo. Per far nascere una società senza lavoro e senza 'salariati' come prefigura Grillo, senza nuove differenze tra élite e sfruttati, tra dominatori e dominati, sarebbe necessario che al posto dell’uomo lavorassero solo macchine guidate da intelligenze artificiali. Una società in cui l’entità statale – governata non si sa da chi, forse un algoritmo o un’intelligenza artificiale sopra le parti – fosse la proprietaria di tutti i mezzi di produzione per poter redistribuire in maniera egualitaria i benefici agli esseri umani. Uno scenario che non sapremmo se definire semplicemente fantascientifico o utopico oppure, più propriamente, distopico. E che non dovrebbe piacere molto neppure a Grillo.

Perché il lavoro è connaturato all’uomo. Al di là della fatica e della ripetitività, è il modo con cui non solo ci si 'guadagna' il vivere per sé e per i familiari, ma si realizza se stessi, si interviene nel mondo mettendoci del proprio, modificandolo, trasformandolo. Per i credenti, è lo strumento con cui si diventa co-creatori, si continua a collaborare alla creazione di Dio. E ancora, assieme alla famiglia, rimane il principale mezzo di comunicazione e relazione con gli altri. Di più: il lavoro è la migliore occasione che ognuno di noi ha a disposizione per costruire il bene comune, cioè il bene per tutti e per ciascuno.

Perciò l’obiettivo non può essere la sostituzione del lavoro con un reddito, ma far sì che a nessuno manchi l’indispensabile e che il lavoro sia sempre più libero, creativo, partecipativo e solidale (non a caso gli aggettivi chiave nelle riflessioni e nelle proposte delle Settimane Sociali dei cattolici italiani che a fine ottobre 2017 hanno avuto il loro culmine a Cagliari). Un lavoro migliore sì, assieme a più equità distributiva, non un puro reddito senza lavoro. Perché lavoriamo – dovremmo ricordarcelo – non solo per noi stessi e neppure solo per passione, ma appunto per contribuire a un bene più grande, che significa cercare di portare tutti e ciascuno a perfezione. Una fatica benedetta, che arriva a essere atto di amore verso gli altri. C’è qualcosa di più importante? Che conferisca maggiore dignità? Che possa meglio includere nella società?

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