giovedì 9 luglio 2015
Sostituiti operai e impiegati. Ma anche medici e cronisti. In dieci anni l’intelligenza artificiale potrebbe soppiantare il contributo umano in moltissime mansioni. (Alessandro Bonini)
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​I robot ci ruberanno il lavoro? A quanto pare sono sulla buona strada. Uno studio della società di consulenza Gartner ha stimato che nel prossimo decennio un terzo dei posti di lavoro nel mondo sarà rimpiazzato da software, macchine e robot. La tendenza, hanno avvertito gli analisti americani, non riguarda più solo le fabbriche, ma in maniera dilagante il vasto universo dei servizi, con applicazioni "smart" pensate per svolgere i tradizionali compiti dei colletti bianchi. È la nuova sfida dell’intelligenza artificiale. Uno scenario ai limiti della fantascienza, almeno per i numeri che vengono prospettati, ma che poggia però su una realtà consolidata. Le macchine sono già una presenza fissa in sala operatoria, spostano miliardi sui mercati finanziari e studiano a fondo i nostri comportamenti in rete per offrirci messaggi pubblicitari mirati. Sono perfino in grado di scrivere un articolo di cronaca. Tutto ciò in un mondo dove la Grande Crisi ha lasciato una ferita aperta in termini di occupazione, rendendo ancora più attraente ogni possibile forma di risparmio. In proposito, un’altra ricerca, pubblicata da Deloitte in collaborazione con l’Università di Oxford, ha previsto che solo nel Regno Unito 10 milioni di posti saranno presto rimpiazzati dall’elettronica. Dopo averla letta il governo britannico ha deciso di rivedere i programmi di insegnamento nelle scuole, con due obiettivi: preparare gli studenti alle nuove sfide del lavoro ed evitare di ritrovarsi sulle spalle milioni di giovani disoccupati. I mestieri più a rischio, si legge nel rapporto, sono quelli maggiormente ripetitivi. Ancora più drastica la previsione sugli Stati Uniti, dove nei prossimi 20 anni il 47% di tutti i posti di lavoro potrebbe essere automatizzato. Anche in questo caso la stima è dei ricercatori di Oxford. L’argomento però tiene banco in tutto il mondo, sia nei Paesi dove il tasso di disoccupazione si mantiene elevato sia in quelli dove il problema è stato superato con ricette che non sempre si traducono in un reddito e condizioni di vita soddisfacenti (mini-jobs e dintorni). Il mercato del lavoro infatti potrebbe essere soggetto a ulteriori sconvolgimenti, costringendo i governi a riformare radicalmente le proprie politiche di sostegno: è il famoso dibattito sul reddito di cittadinanza. Secondo alcuni esperti, tuttavia, le preoccupazioni sono infondate. Si tratterebbe infatti di una «seconda rivoluzione industriale» dove nuovi impieghi sostituiranno quelli andati perduti.
Ma è evidente, ribattono gli scettici, che per far funzionare una macchina il numero di addetti è limitato, mentre è illimitato il tempo in cui i robot possono lavorare. Ed è qui che si potrebbe innescare la carenza di posti a disposizione. Basti pensare a quali sono le multinazionali miliardarie del momento: i social network, per esempio, e la miriade di start-up elettroniche che proliferano da alcuni anni a questa parte. «Prevediamo che entro il 2025 un terzo dei posti di lavoro sarà convertito in software, robot e macchine intelligenti perché le nuove imprese digitali richiedono meno lavoro e perché le macchine sono capaci di elaborare dati più velocemente degli esseri umani», ha spiegato Peter Sondergaard, direttore della ricerca di Gartner. Sondergaard cita l’esempio dei droni, gli aerei senza pilota che potrebbero rivoluzionare settori come la logistica e l’agricoltura. «Un giorno, un drone potrebbe sostituire i nostri occhi e le nostre orecchie. Fra cinque anni i droni saranno una parte standard di molte attività economiche. Ma sono solo una delle tecnologie che si estendono ben oltre il tradizionale mondo dell’IT (la tecnologia dell’informazione). Queste sono macchine intelligenti, una "super classe" emergente di tecnologie che eseguono una vasta gamma di attività, sia fisiche sia intellettuale. Il lavoro della conoscenza sarà automatizzato – ha aggiunto Sondergaard – così come i lavori fisici con l’arrivo dei robot intelligenti». Un’opinione condivisa da Matt Beane, ricercatore del Mit, la più famosa università di ricerca del mondo.
«Lo scenario è serio ed è destinato a cambiare più velocemente di quanto siamo in grado di gestire», ha detto Beane intervistato da Fortune. La rivista americana, che da anni segue il dibattito, ha elencato alcune professioni in cui l’intelligenza artificiale trova già applicazione. Fra queste: il medico, l’analista finanziario, l’addetto al marketing online, il giornalista e perfino l’avvocato. Ciò non significa che vedremo mai un robot sfilare con la toga in tribunale. Un software però può trasformarsi in un detective imbattibile. Il programma scruta fra milioni di dati per individuare prove o elementi utili all’investigazione, svolgendo la cosiddetta fase di "discovery" finora affidata a squadre di professionisti. In medicina questo stesso meccanismo si applica in campo diagnostico, mentre è possibile schierare robot per alcuni interventi chirurgici e utilizzare una macchina per dosare e somministrare l’anestesia. Ce n’è anche per i giornalisti: l’Associated Press, una delle maggiori agenzie di stampa del mondo, ha iniziato a pubblicare articoli scritti dal computer. Si tratta principalmente di resoconti di risultati societari. In questo modo l’agenzia ha ampliato la sua offerta da 300 a 3.000 analisi di bilanci trimestrali disponibili sulle sue piattaforme. L’algoritmo si rivela quindi un prezioso alleato, ma anche un collega di cui diffidare.
È tuttavia in fabbrica che la concorrenza si fa più agguerrita. Nella provincia cinese del Guangdong, il più importante distretto manifatturiero del mondo, le autorità locali finanziano progetti di automazione per le imprese. Risultato: dallo scorso settembre, quando è stato introdotto lo schema, trentamila operai sono stati rimpiazzati da robot. Pechino sta puntando sull’automazione per compensare il gap di competitività dopo il recente aumento dei salari. Inoltre, così diminuirà il flusso di lavoratori migranti provenienti dalle campagne. L’esperienza cinese suggerisce che nell’industria si può abbattere fino al 90% della forza lavoro. Proprio nel Guangdong è cominciata la costruzione della prima fabbrica quasi completamente automatizzata. Mille robot costruiranno componenti per telefonini e andranno a sostituire 1.800 operai. L’impresa è la Shenzhen Everwin Precision Technology. «Quando tutti i mille robot saranno operativi – ha spiegato il presidente, Chen Xingqi –, dovremo solo assumere meno di 200 addetti fra tecnici e impiegati». Le cosiddette fabbriche a luci spente, dove le macchine lavorano in autonomia 24 ore al giorno e non c’è nemmeno bisogno di accendere l’aria condizionata, sono ormai una realtà. E per molti rischiano di diventare un incubo.
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