Guai a chi solo giudica
sabato 24 febbraio 2018

Il tema dello scandalo dei "virtuosi" sta diventando una questione che si ripete con martellante ricorrenza in una cultura secolarizzata dove però, paradossalmente, etica e morale assumono un’importanza sempre maggiore. C’è un filo comune che unisce le cooperative che danno scandalo, gli abusi di volontari delle organizzazioni umanitarie internazionali più famose (i recentissimi casi di Oxfam e Medici senza Frontiere), le crisi di banche locali e di territorio, gli scandali legati ai comportamenti di esponenti religiosi e i comportamenti di politici che dichiarano un loro comportamento eticamente superiore e poi non lo rispettano. Il campo si allarga ancora di più se consideriamo che la responsabilità sociale e ambientale d’impresa sta diventando una variabile competitiva sempre più importante. Le aziende ci tengono ormai a ricordarci quasi ogni giorno la loro attenzione all’impatto sociale e ambientale anche perché sanno che i cittadini possono premiarle con il loro "voto col portafoglio", accettando di pagare prezzi più alti per prodotti che contengono maggiori valori.

Credo sia opportuno individuare pertanto quattro capisaldi fondamentali in questo dibattito, da prendere a prestito dalle nostre radici umane, spirituali e cristiane e dalla saggezza delle generazioni che ci hanno preceduto.

Primo. «Nessuno è buono». L’ossessione per la perfezione etica e morale che paradossalmente pervade la nostra società è ipocrita e ignora un dato antropologico fondamentale che la tradizione cristiana ha ben presente. Ogni essere umano ha dentro di sé quella imperfezione morale da cui possono nascere comportamenti negativi e deve avere la consapevolezza e l’umiltà di riconoscere i propri limiti e le proprie debolezze. Tutti abbiamo dentro di noi princìpi e stimoli al bene ma anche tentazioni e stimoli al male. La saggezza non sta nel cercare persone cento per cento buone o ancor peggio nel proclamarsi tali. Anche le vite dei santi e degli eroi sono state costellate, di pause, incertezze, dubbi, arretramenti, cadute. La loro virtù non è consistita nell’essere senza macchia e in un percorso disumanamente retto e lineare, ma nel non aver perso la direzione dell’orizzonte del bene nelle difficoltà, nell’essersi saputi rialzare dopo le cadute e nell’aver mantenuto al compimento del proprio esistere quell’orizzonte e quella direzione. Dunque il fatto che possano emergere di tanto in tanto fatti negativi e scandali in una percentuale limitata di virtuosi fa parte della normalità "statistica" del nostro esistere (seppur non perda nulla della propria gravità). Le tradizioni religiose non avrebbero altrimenti sviluppato concetti e riflessioni su male morale, peccato, pentimento e redenzione.

Secondo. Il fatto che non esistano buoni o cattivi al cento per cento non vuol dire che non esista il bene e il male. La nostra civiltà religiosa e laica ne è testimonianza in mille aspetti (dalla gradualità delle pene nel civile al penale ai criteri alla base di ricompense e meriti, dalla gravità o meno di colpe o peccati). E dunque lo scandalo e la caduta dei "buoni" non deve portarci a negare quell’orizzonte. Non solo dobbiamo averlo presente nelle nostre vite, ma dobbiamo anche sforzarci di costruire e percorrere sentieri che ci portano verso di esso perché di questo è fatto il progresso umano, civile e sociale (non avrebbero senso altrimenti neanche le elezioni dove ogni partito sfida l’altro ritenendo la propria ricetta la via più breve e lineare verso tale orizzonte).

Terzo. Chi si sforza di muovere verso l’orizzonte di bene, e cerca di indicare e percorrere sentieri che portano a esso, deve evitare la tentazione di mettersi su un piedistallo indicando sé stesso invece che l’orizzonte o il percorso. La punizione di questo errore da parte di chi osserva è proprio lo scherno e l’attacco alla prima caduta.

Quarto. Tutti quelli che sembrano godere della caduta del 'virtuoso' perché dà forza all’alibi della loro pigrizia e alimenta il 'così fan tutti' devono sapere che in questo modo, negandosi l’orizzonte del bene e un tentativo di cammino faticoso verso di esso, minano alla radice la ricchezza di senso del loro esistere. L’errore del 'virtuoso' mantiene tutta la sua gravità e merita di scontare una 'condanna' morale e civile. Ma l’errore di chi lo giudica e ne approfitta per trovare conforto alla propria passività è un’autocondanna altrettanto grande.

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