mercoledì 10 dicembre 2014
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​Dove Gesù ha chinato il capo davanti a Giovanni Battista il cuore trema. Dove Erode ha abbassato gli occhi d’oro di volpe davanti a Salomè, il cuore latra. Lungo i canyon di Petra il cuore si sospende. Quando la voce del vescovo di Amman, monsignor Lahhaman, si abbassa e ricorda la profuga siriana soccorsa dalla Caritas dopo che 5 dei suoi 6 figli sono bruciati una notte in tenda, il cuore sprofonda. E davanti alla Madonna che ha pianto sangue ad Ajalun, circondata dai bambini musulmani stretti a Hugo, giovane prete argentino sorridente, il cuore interroga. Cosa succede veramente quaggiù, nella terra che prende nome Giordania? Nella terra inimmaginabile? Cosa davvero parla in questo luogo, dove dalle caverne millenarie di Petra senti arrivare voci di bambine? Nella terra che unica è in pace, tra le tante martoriate qui intorno ci stanno sei milioni e mezzo di abitanti, 27 razze, molte fedi, bellissimi volti. E l’impronta di Dio ovunque. «Non c’è madre con un bimbo piccolo che non mi chieda di benedirlo» dice il Vescovo. La fede della sua gente è semplice, fatta di segni e di cose tangibili. «Qui appartenenza religiosa e sociale coincidono. È così per i musulmani, così per i cristiani, per i quali, però, continua monsignor Lahhaman, nato da una famiglia di palestinesi esuli nel ’48, deve contare sempre di più l’appartenenza trascendentale».Le sale parrocchiali sono piene di profughi. «Facciamo tutto quello che possiamo, la Caritas e anche organismi musulmani stanno facendo tanto. Il rischio di disordine sociale però esiste, specie in alcuni luoghi dove i profughi arrivano in massa». La Giordania ha un compito di tutorato sui luoghi santi, compresi quelli di Gerusalemme, la città magnete che la notte da qui si vede brillare sulle colline sopra il Mar morto. Anche per questo i papi, quando vanno a Gerusalemme prima passano di qui, per visitare i luoghi di questa parte di Terra Santa. Il fatto che la Giordania abbia ritirato il suo ambasciatore da Israele per gli ultimi fatti di sangue è l’ennesimo segno di tensione che non cala. Buona parte della sua popolazione è di origine palestinese, e ora si sono ammassati milioni di profughi iracheni e siriani. Durerà la pace, la convivenza senza ferite? Molti confidano nella saggezza del Re, oltre che nella tranquillità del popolo giordano. I gentili e seri notabili cristiani che incontro a Ajlun però sono un po’ preoccupati. Soprattutto vorrebbero trovare un futuro per i loro giovani quaggiù. Di certo, il re deve aver capito che portare gente qui da tutto il mondo è una chiave per garantire prosperità. E portarli non solo sul Mar Morto, dove eleganti resort accolgono e soddisfano i turisti più sofisticati che amano galleggiare nel lunare paesaggio e riempirsi gli occhi di colori senza rimedio. E portarli non solo a Petra il luogo unico al mondo, scavato nell’arenaria, nel mistero e nella luce. La Giordania sa che può offrire molto di più. E ci sta lavorando sopra, come una ragazza che si prepara a una festa. Infatti, lavorano sul monte Nebo, da dove Mosè vide la Terra Promessa, lavorano sulle rive del Giordano dove è assodato che avvenne il Battesimo, lavorano a Gerasa, dove i resti d’una città splendida gareggiano con i nostri fori romani. E lavorano a Macheromte, il luogo del castello di Erode, un picco desolato e affascinante, dove un entusiasta archeologo ungherese ti fa vedere le pietre su cui ha ballato Salomé e ricostruisce le sale dove hanno camminato almeno quattro personaggi del Vangelo: Erode, Erodiade, Giovanni il battista e Salomé. Proprio lei, cantata da poeti e scrittori, è l’unica persona citata nel Vangelo di cui ci sia arrivato un ritratto sul retro di una moneta di un re che sposò negli anni successivi. Tra non molto, il Giubileo dell’inizio della predicazione di Gesù, si aprirà con un anno dedicato al bimillenario di Giovanni Battista, nel 2029.
Dunque, lavorano in Giordania per dire: venite, qui si tocca il fantastico e rilassante punto più basso del mondo sotto il livello del mare – la Grande Depressione che contiene il miracolo crudo e visionario del Mar Morto – e si toccano anche molti punti vicini al cielo. Questa terra è un grande incrocio e un grande racconto. Lo sa la nostra guida Kalehd, un occhiuto e gentile giordano che ha studiato da ragazzo a Milano. Una miniera di racconti, in cui si incrociano fonti dalla bibbia, dal Corano, da memorie di viaggiatori antichi. E ascoltare i racconti di Giordania significa ascoltare parole che cercano il tuo cuore, il tuo modo di amare, di morire, di pregare.In pochi chilometri incontri l’antico regno dei Nabatei, che sotto la guida di Aretas IV edificarono il sogno funebre e splendido di Petra, una specie di New York di razze e carovane di 100 o 1.000 cammelli che si incrociavano portando merci, spezie e lingue e racconti da ogni parte del mondo. Qui adoravano un loro Giove, Dusharà e una loro Venere, Al Uzzah. Il Dio dei carovanieri li proteggeva. Se ti sposti di poco senti raccontare della Tomba di Aronne, mentre quella di Mosè che morì al monte Nebo nessuno sa dove sia. Si sanno invece dove sono alcune delle 12 fonti che durante l’Esodo aprì con il suo bastone. Popoli sovrapposti a popoli. Come a Um ar rassas in molti mosaici bizantini si vede che le primitive figure sono state coperte, perché iniziava il dominio di un popolo che non amava effigiare l’umano e il divino. Insorgenze iconoclaste cristiane? O la mano di sabbia della conquista Islamica? Ci sono luoghi mozzafiato, come il castello di Kerak, fisso come un’aquila sulla rupe, teatro di scontri tra crociati dalle vite micidiali e il Saladino.
Altri pochi chilometri e puoi vedere in uno dei mosaici più antichi del mondo già rappresentati i luoghi santi, di qua e di là dal Giordano, e poi visitarli in mezzo ai racconti di strani pellegrini, di prostitute come l’antica Maria l’egiziana o di ottocenteschi distinti studiosi svizzeri, importanti allo stesso modo per identificare siti e guardare la storia dentro gli occhi lucenti. La Giordania straripa di storie e se ne inebria, come accade con certe spezie o fumisterie da narghilè. Il piacere spaesante di essere dentro un grande racconto, un enorme racconto di racconti, serve certo a pacificare i cuori, a relativizzare le differenze, a dare una prospettiva grande a quel che sembra premere. Accoglienti e gentili i giordani lo sanno, abitano con naturalezza la terra dei grandi racconti. Ma non sarebbero raccontabili queste storie se non ci fossero stati e se non ci fossero ancora alcune figure. Come il magro ingegner Mkhjian che fuma, sorride e quasi saltella per l’entusiasmo di spiegare le scoperte che identificano su questo lato del Giordano il luogo dov’è stato battezzato Gesù e dove sta sorgendo uno spazio di preghiera per tutte le Chiese. Li dove fu l’inizio del viaggio di Gesù sta convergendo il viaggio pur pieno di differenze di tutte le Chiese. Unite sull’essenziale. Mkhjian si alza, si siede, il posacenere pieno di cicche, il brio di un ragazzo. Oppure il già citato archeologo ungherese che lavora a Macheronte per far sentire nelle pietre la voce di Erode e la danza di Salomè, e il grido del Battista.
La spedizione che guida Mr. Gyozo in questa cima dove del potere di Erode sono rimasti solo rovine e mosche mentre del grido di Giovanni – la cui testa mozzata volò dalle mura addosso ai suoi che lo aspettavano – sono eco e segno popoli ovunque, è il proseguimento del lavoro di alcuni frati francescani che han segnato questi posti. Come l’infaticabile padre Piccirillo, sepolto sul Momte Nebo, a cui tanto si deve per la scoperta e la conservazione, oltre che per i suoi lavori a Gerusalemme e in Palestina. Si muoveva anche lui sulle orme di altri predecessori come Bagatti e Corbo. Tutti sulle grandi orme di Francesco. Uomini che seppero affermare la storicità dell’avvenimento cristiano con un lavoro profetico e accorto. Ei che servirono con la loro vita il grande racconto della fede. A uomini di tale fede e coraggio e perizia si deve oggi la Terra Santa di Giordania. Come quel padre croato, Gerolamo Mihaic, che insieme a Silvestro Sellers, lavorò per primo sul Monte Nebo, luogo sacro di Mosè, negli anni Trenta del secolo scorso. Sapeva come tenersi buoni i tedeschi e gli inglesi, andava a cavallo come un cowboy e tirava di carabina così preciso da far ammutolire i beduini. Nella foto ufficiale della spedizione è quello che sembra insofferente e guarda altrove.
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