martedì 12 novembre 2019
Il dramma dell’«alienazione parentale» merita più attenzione. L’ipotesi di una riforma senza pregiudizi. Migliaia di ragazzini con questa ferita affettiva aperta che porta conseguenze sulla crescita
Sono diverse migliaia i ragazzini che crescono con questa ferita aperta, destinata a dilatarsi, a diventare baratro affettivo con conseguenze più o meno pesanti sul loro processo di crescita. La situazione non va sottovalutata, perché la conflittualità in cui sono immersi questi bambini non è un fatto privato

Sono diverse migliaia i ragazzini che crescono con questa ferita aperta, destinata a dilatarsi, a diventare baratro affettivo con conseguenze più o meno pesanti sul loro processo di crescita. La situazione non va sottovalutata, perché la conflittualità in cui sono immersi questi bambini non è un fatto privato

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Le vittime innocenti della complessa e multiforme emergenza minori non sono soltanto quelle ingiustamente sottratte alle famiglie da un sistema di protezione che funziona a singhiozzo. Il caso Bibbiano ha portato alla luce situazioni drammatiche, per fortuna limitatissime da punto di vista numerico, di cui però conosciamo 'quasi' tutto. Sappiamo quanti sono i bambini che vivono in comunità e strutture d’accoglienza. Sappiamo quanti sono quelli in affido familiare. E, anche se manca una banca dati nazionale capace di documentare in tempo reale i movimenti di questi piccoli – quelli per esempio che dopo un periodo di affido tornano alle proprie famiglie – le singole procure minorili, limitatamente al territorio di loro competenza, dispongono di dati sufficientemente certi. Poi non tutti gli uffici giudiziari operano con la stessa solerzia e con le stesse risorse per trasmettere i dati ai ministri competenti. E la conoscenza da 'quasi' certa, diventa ancora più aleatoria.

Ma nell’arcipelago del nostro sistema che si occupa di minori coinvolti a vario titolo nella fragilità delle proprie famiglie c’è un dato che nessuno conosce. Ed è gravissimo. Sono i bambini che non possono più vedere uno o l’altro genitore, quasi sempre il padre. E che quindi crescono con questa ferita aperta, destinata a dilatarsi, a diventare baratro affettivo con conseguenze più o meno pesanti sul loro processo di crescita. Perché soprattutto padri? Perché statisticamente, nonostante esista la legge sull’affido condiviso che si vorrebbe riformare, ad occuparsi concretamente dei figli nella separazione sono, nove volte su dieci, le madri. E può capitare che una percentuale più o meno rilevante di loro, consumata dai contrasti, dalle incomprensioni e dalla solitudine, finisca per armare i figli contro l’ex coniuge, appunto il padre. Scelta comprensibile ma inaccettabile quella della cosiddetta 'alienazione genitoriale', perché contribuisce a lacerare l’ultimo esile filo del legame che ancora rimane, aprendo la strada a un crescendo di rivendicazioni nocive per tutti, genitori e figli.

Quanti sono i minori che vivono questa situazione da orfani di padre vivo? Le associazioni dei padri separati parlano di decine di migliaia di figli 'alienati'. Impossibile arrivare ad una stima più accurata, proprio perché la definizione stessa è oggetto di contesa scientifica. Ma, al di là dei numeri, si tratta di una situazione da non sottovalutare, perché la conflittualità quotidiana in cui sono immersi questi ragazzi non è semplicemente un fatto privato, da nascondere, consumare e sopprimere tra le pareti di casa. Il bene sociale rappresentato da ogni bambino impone di guardare con attenzione a questo mondo di sofferenza, nello sforzo di offrire ai genitori – proprio perché soli e in difficoltà – tutto il sostegno possibile. L’angoscia che pesa sulle loro spalle è enorme, e non sempre facilmente intuibile. Ed è vissuta con identica intensità, pur con modalità diverse, sia dalle madri che impediscono ai figli di vedere i padri, sia dai padri a cui viene vietato di esercitare il diritto-dovere dell’educazione. Non sempre le posizioni sulla barricata sono le stesse. In qualche caso la situazione si capovolge. Anzi, il numero delle madri messe alla porta dagli ex o dalle decisioni dei tribunali cresce di mese in mese. Anche loro, come gli ex coniugi, vittime di quella tendenza alienante su cui da tempo si è aperto un dibattito intensissimo.

Le lettere che ci arrivano in redazione hanno toni strazianti e contengono pesanti propositi rivendicativi. Questi genitori sono arrabbiati contro tutto e contro tutti. Da una parte prendono di mira giudici e assistenti sociali a cui imputano una mancata tutela dei loro diritti. Dall’altra attaccano l’ex partner, puntano il dito contro le scelte di lei – e, come detto, talvolta di lui – segnate da una volontà di vendetta di cui i figli diventano allo stesso tempo strumento e vittime. Dopo il caso Bibbiano queste lettere sono aumentate, inevitabilmente. Troppo clamoroso lo spunto per impedire a persone, che già soffrono profondamente per la lacerazione delle relazioni familiari, di sovrapporre il loro caso a quanto capitato in Emilia. Anche se in realtà ogni situazione segue percorsi propri ed è sempre difficile mettere a confronto realtà che nascono da contesti e vissuti diversi. Esistono, certamente, punti in comune. Chi guarda da vicino questi conflitti sa che quando la separazione diventa baratro di incomunicabilità e si carica di sentimenti pesantemente oppositivi, è difficile resistere alla tentazione di escludere l’ex partner dalla vita dei figli. Non c’è legge che tenga. Oggi un genitore a cui è stato assegnato l’affido 'prevalente' dei figli, pur formalmente 'condiviso', ed è fermamente deciso a creare solchi invalicabili tra i piccoli e l’ex partner, ha a disposizione mille stratagemmi – distanze, orari, problemi di lavoro, certificati di malattia, impedimenti di vario tipo – per impedire i contatti. Quando poi sono i figli stessi, soprattutto dopo i 10-12 anni, ad esprimere la volontà di non vedere più il padre – o la madre –, anche il giudice meglio intenzionato deve alzare bandiera bianca. Ma questi ragazzini manifestano davvero una posizione sincera o sono stati strumentalizzati dal genitore con cui vivono? La diatriba sull’alienazione parentale nasce proprio dalla difficoltà di accertare con un certo grado di sicurezza la rilevanza e la tipologia di questa influenza. I gruppi femministi, ma non solo, schierati sempre e comunque per i diritti delle donne, sostengono che l’alienazione parentale sia strumento manovrato dai padri abusanti per ridurre all’impotenza l’ex coniuge e continuare a schiavizzare i figli. Capita anche questo purtroppo. Ma la convinzione che sia sempre e comunque così, appare segnata da un pesante pregiudizio ideologico. D’altra parte è difficile anche affermare che tutti i bambini intenzionati ad escludere l’uno o l’altro genitore dalla propria vita, siano vittime di alienazione. Le motivazioni sono davvero infinite e appare impossibile far risalire tutti i possibili sintomi al rigido protocollo di una sindrome definita. Chi, di fronte alla fragilità di un minore che ha alle spalle una famiglia devastata, pretende di collegare sempre e comunque cause ed effetti rischia di finire a sua volta vittima di una posizione che ancora una volta è ideologica, con tutte le conseguenze nefaste che abbiamo già visto a Bibbiano e negli altri casi simbolo di questi decenni, dove l’accanimento teso a individuare comunque segnali di abuso ha soltanto ingigantito dolore e ingiustizia.

Ma se, al contrario, sulla spinta emozionale di quel caso, pretendiamo di affermare che i genitori alienanti non esistano, finiamo di nuovo nella trappola della generalizzazione. Occorre la capacità e la pazienza di valutare caso per caso, senza pregiudizi. E ci vogliono quindi psicologi e pedagogisti preparati e obiettivi. E poi giudici altrettanto equilibrati e sereni, dotati di strumenti e risorse adeguate – di cui oggi non dispongono – disposti a valutare ogni situazione in prima persona, senza trasformare le relazioni dei servizi sociali in altrettante sentenze. Oggi troppe volte capita così. Ben venga una grande riforma quindi – una legge quadro con tutte le articolazioni necessarie – se questa è l’unica strada per bonificare il nostro sistema di tutela dei minori. Ma che sia un intervento legislativo non ideologico, in cui tutte le parti siano ascoltate sulla base delle diverse competenze. E, soprattutto, si valutino bene le conseguenze derivanti dall’affidare la regia di un’operazione così complessa a qualche 'scontento' di professione, con il rischio di amplificare la logica del sospetto su tutto e su tutti. I minori – e i loro genitori in crisi – hanno bisogno ben d’altro.

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