venerdì 6 gennaio 2012
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La laicità francese ha compiuto un altro passo in direzione del rigorismo e del formalismo giuridico. Sulla base della Legge del 2004 che fa divieto di indossare il velo nelle aule e negli ambienti scolastici, il Tribunale amministrativo di Montreuil ha interdetto nel novembre scorso alle mamme che accompagnino i figli nelle attività scolastiche esterne di indossare il velo. A giudizio del Tribunale il velo è per se stesso un mezzo di proselitismo che viola la laicità della scuola e dello Stato, mentre le madri degli alunni sono equiparabili, anche quando partecipano ad attività scolastiche esterne, a funzionari di fatto che devono rispettare la neutralità della scuola.Per evitare equivoci, è bene ricordare che la Francia non coltiva più, come in passato, i miti della rivoluzione e del separatismo, e ha elaborato un rapporto ricco e complesso con le Chiese e le altre confessioni religiose. Per esempio, ha superato più di altri Paesi la tradizionale ostilità verso le scuole private, riconoscendo loro uno statuto giuridico e finanziario ragguardevole, al punto che esse rappresentano oggi il 16 per cento della rete scolastica nazionale, e oltre il 90 per cento è gestito da enti religiosi. Un risultato che l’Italia è ancora lontana dal conseguire, nonostante la legge del 2000 sulle scuole paritarie, essendo mancata una vera e coraggiosa attuazione della riforma. Però, sul terreno dei simboli religiosi, l’ordinamento francese ha tenuto ferma la concezione formalista e geometrica della laicità, della neutralità dell’ambiente scolastico, molto diversa da quella positiva, accogliente, verso tutte le confessioni e le Chiese, prevalsa nell’epoca dei diritti umani.Un giovane studioso, Daniele Ferrari, ha commentato la sentenza criticando l’equiparazione dei genitori ai funzionari di fatto, e rilevando la deriva burocratica cui può condurre la lettura algida di situazioni che sono assai più sfumate e delicate. Su questo terreno, la Francia va in controtendenza rispetto all’ordinamento italiano che non ha mai posto divieti in materia di velo islamico e no, e ad altri ordinamenti europei, nei quali il problema del velo si pone per quei soggetti che svolgono funzioni pubbliche.L’episodio, però, conferma l’incertezza che continua ad esistere in Europa sulla questione dell’interculturalità, con Paesi che vietano il velo e tollerano il burqa, altri che si spingono a tutelare le nuove confessioni comprimendo i diritti e la presenza del cristianesimo, altri ancora come l’Inghilterra che sembra oggi voler riflettere criticamente sull’accettazione indiscriminata di prassi autoritarie di alcuni settori dell’islam. Anche la Corte di Strasburgo ha corretto, nel 2011, la tendenza ad utilizzare il principio di laicità per imporre l’emarginazione della simbologia religiosa, con la sentenza della Grande Chambre che ha riconosciuto legittima la presenza del crocifisso nelle aule scolastiche italiane. In altri termini gli ordinamenti europei costituiscono una sorta di caleidoscopio nel quale è possibile trovare di tutto: laicismo e accoglienza, ostilità verso la religione e riconoscimento dei suoi diritti, multiculturalismo e relativismo. Di qui il bisogno crescente per l’Europa di elaborare una strategia omogenea che eviti conflitti religiosi, ma riconosca la propria identità storica e ideale, e sappia aprirsi ad altre presenze confessionali ogni qualvolta queste non favoriscano discriminazioni, o violazioni dei diritti umani, per chiunque.
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