venerdì 1 dicembre 2017

Il vertice Europa-Africa di Abidjan è stato la cartina al tornasole dell’attuale quadro geopolitico internazionale, nella cornice della globalizzazione dei mercati. Da una parte, si è parlato di una sorta di nuovo Piano Marshall per il continente africano, del valore di 40 miliardi di euro; dall’altra, è emerso a chiare lettere il tema migratorio che tanto preoccupa le cancellerie europee. E questo, pur nella consapevolezza che, come ha dichiarato durate il summit il capo del Governo italiano, Paolo Gentiloni, che se «ponessimo la questione dei migranti come tema dominante sembreremmo marziani». Marziani, perché «dal destino dell’Africa dipende anche il futuro dell’Europa».

Ecco che allora s’impone – secondo il presidente del Parlamento europeo, Antonio Tajani – l’urgenza di un nuovo approccio, che non deve più basarsi esclusivamente sull’aiuto allo sviluppo, bensì su un «partenariato, da pari a pari», con investimenti in grande scala. Si tratta di due sfide - quella della crescita economica e della mobilità umana - che, stando alle dichiarazioni dei capi di Stato e di governo europei presenti ad Abidjan, quando ben affrontate possono essere un veicolo di contrasto all’esclusione sociale e al sottosviluppo che penalizzano i Paesi dell’Africa Subsahariana.

È certamente lodevole che si parli d’investimenti in Africa, visto e considerato che, almeno sulla carta, sono molteplici le aree d’intervento: dal digitale al settore delle infrastrutture, per non parlare delle materie prime. Questo però sarà possibile solo se si sarà effettivamente capaci di evitare la finanziarizzazione dell’economia del continente. Nel corso degli ultimi dieci anni, infatti, si è passati un po’ in tutta l’Africa dai cosiddetti creditori ufficiali (come i governi, il Fmi, la Bm e la Banca Africana per lo Sviluppo) alle fonti private di credito (banche, fondi di investimento, fondi di private equity) e al libero mercato.

Si è trattato e, di fatto, si tratta di una finanziarizzazione del debito dei singoli Stati che ha segnato il passaggio dai tradizionali prestiti e da altre forme sperimentate di assistenza finanziaria alle obbligazioni, sia pubbliche sia private, da piazzare sui mercati aperti. Le suddette obbligazioni sono in valuta estera, quasi sempre in dollari, e quindi sottoposte ai movimenti sui cambi monetari, sempre a discapito delle monete nazionali africane.

Ciò sta generando un circolo vizioso, che potrebbe compromettere lo sviluppo dell’Africa. E la conferma viene dal fatto che, oggi nel continente africano, il debito aggregato, vale a dire quello dei governi, delle imprese e delle famiglie, stimato attorno ai 150 miliardi di dollari, continua a crescere. Si tratta di una cifra modesta se confrontata col debito dei Paesi europei; occorre però tenere presente che il Pil pro capite annuo dell’Africa subsahariana è, sì, cresciuto – + 39% negli ultimi 16 anni (dai 1.172 dollari del 2000 ai 1.632 del 2016) – ma rimane il più basso al mondo.

La necessità, pertanto, di lottare contro le cause profonde che generano le migrazioni delle popolazioni africane dovrebbe andare ben al di là della pretesa di fermare i migranti e rimpatriarli nei loro Paesi di origine. L’obiettivo principale dell’Europa, dispiace che da queste colonne si debba tornare a spiegarlo e a chiederlo in quasi solitudine, dovrebbe essere innanzitutto rivolto a una revisione degli "Accordi di Partenariato Economico", meglio conosciuti con l’acronimo "Epa". Un’iniziativa che vede coinvolta l’Unione Europea con 77 Paesi in via di sviluppo, riuniti nel cartello Acp (Africa, Caraibi e Pacifico), molti dei quali ex colonie europee. Infatti, con il ribasso progressivo delle tariffe doganali all’importazione dei prodotti europei, si provoca un danno irreversibile alle già precarie economie nazionali africane, aggravando la mobilità umana.

L’Europa continua a considerare i migranti come un problema, benché l’Agenda 2030 delle Nazioni Unite indichi nella migrazione un motore per lo sviluppo. La cooperazione dovrebbe far sì che gli Obiettivi di sviluppo sostenibile diventino realtà, promuovendo la sostenibilità a tutti i livelli. Ma i Governi dei Paesi della Ue, da questo punto di vista, continuano a fare orecchie da mercante.

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