Il vero valore di quel simbolo
giovedì 24 gennaio 2019

Il ventennale della nascita dell’euro come moneta unica per molti Paesi dell’Unione Europea induce a riflettere sul significato della valuta unificata, in connessione con i problemi dell’Europa e delle stesse istituzioni europee. La moneta, infatti, ha sempre avuto, nel corso della sua storia millenaria, sia un valore simbolico sia un valore veicolare.

Dal punto di vista simbolico ha rappresentato il biglietto da visita, il lasciapassare di uno Stato e di un popolo. L’effige del monarca o del presidente su di essa ne hanno sancito il legame con la organizzazione del potere di quella entità. Dal punto di vista veicolare, la moneta è sempre stata legata allo sviluppo dei commerci, delle attività produttive e delle forme di mutualità, e il rapporto tra politica ed economia – nelle sue varie fasi – è stato incentrato proprio sul controllo della moneta e del suo valore. Non stupisce quindi che al momento della introduzione di una moneta unica europea, venti anni fa, si siano mossi vari sentimenti: quelli di natura affettiva simbolica, tra attaccamento alla propria moneta nazionale, rimpianto per la sua perdita e speranza in una Europa coesa e votata al perseguimento di obiettivi comuni; e quelli di tipo pratico economico, tra paura di subire svantaggi in termini di costo della vita e risparmio e fiducia nel ruolo di rilancio e sviluppo che la nuova moneta avrebbe impresso all’intero continente e al proprio Paese. La somma di questi sentimenti, in parte contrastanti, dava vita a una grande attenzione rispetto al cambiamento monetario, ma complessivamente a un prevalere di sentimenti positivi: una indagine Censis del 1996 registrava solo un 12,5% di italiani contrari all’Unione monetaria, e dei rimanenti, il 57,5% accettava il passaggio senza condizioni.

A venti anni di distanza molte cose sono cambiate. In particolare gli aspetti simbolici hanno perso di importanza a seguito della diffusione degli strumenti virtuali di scambio monetario e della globalizzazione, che anche a questo proposito ha rimescolato le identità. La recente indagine Eurobarometro sull’atteggiamento degli europei nei confronti dell’euro mostra come ben il 61% dei cittadini europei consideri positivamente la moneta unica e come in Italia si sia raggiunto un massimo di adesioni, con il 57%, con un forte aumento rispetto alla rilevazione precedente. Va comunque sottolineato che il valore relativo all’Italia è uno dei più bassi in Europa, terzultimo prima di Lituania e Cipro, a fronte di Paesi nei quali le adesioni positive arrivano a oltre l’80% (Irlanda, Lussemburgo).

Anche il riferimento alle valute nazionali precedenti all’euro perde continuamente terreno: attualmente solo il 30% degli italiani converte il valore dell’euro in lire quando valuta un prezzo. In sintesi, i timori rispetto agli aspetti simbolici della moneta e ai relativi comportamenti si possono considerare superati. Ma, come dicevamo, non si può prescindere dal rapporto che intercorre tra moneta e politiche economiche e sociali. In questo senso pesa il fatto che, sempre secondo dati Eurobarometro, oggi solo un 44% di italiani voterebbe per restare nell’Unione Europea in caso di referendum, contro il 66% a livello europeo. E molti sono gli indecisi (32%). Nonostante l’immagine negativa che il processo di Brexit sta dando di sé e le posizioni favorevoli all’Unione monetaria espresse da parte di ampie minoranze illuminate, la insofferenza per gli aspetti di politica economica (il Fiscal Compact) e sociale (l’accordo di Dublino sui flussi migratori) è molto diffusa in Italia. Lo testimoniano anche i risultati del voto politico che hanno portato al potere forze decisamente critiche nei confronti dell’Unione Europea, e il processo politico che va sotto il nome di 'sovranismo', che proprio del recupero dell’autorità nazionale sulle politiche economiche e sociali fa una bandiera. Del resto, già a fine anni 90, si temeva che una mancata attenzione alle esigenze economiche e sociali dei cittadini delle diverse realtà, e in particolare di quelli più deboli, avrebbe comportato il rischio di una disaffezione per l’Unione, con la conseguenza di spinte alla disgregazione.

L’anniversario dell’euro deve quindi spingere a riflettere con maggiore attenzione sui temi di fondo che, allora come oggi, sono all’ordine del giorno: l’equità fiscale, lo sviluppo e l’occupazione, gli investimenti, il senso politico e sociale di un patto che privilegi la sostanza valoriale di una integrazione europea... Questo alimenta senso di appartenenza e desiderio di Europa, non gli aspetti tecnocratici.

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