L'alleanza scuola-famiglia. Educare non al «gender» ma alla cittadinanza


Milena Santerini* martedì 31 gennaio 2017
La scuola italiana, afflitta da mancanza di risorse e di continuità didattica, necessita di tutto tranne che di battaglie culturali a suon di ideologie.
Educare non al «gender» ma alla cittadinanza

La scuola italiana, afflitta da mancanza di risorse e di continuità didattica, necessita di tutto tranne che di battaglie culturali a suon di ideologie. Il comma 16 della legge 107 (la 'buona scuola') aveva scatenato molte polemiche. Il testo, in cui si assicurava «l’attuazione dei princìpi di pari opportunità, promuovendo nelle scuole di ogni ordine e grado l’educazione alla parità tra i sessi, la prevenzione della violenza di genere e di tutte le discriminazioni» in base alla Convenzione di Istanbul sulla violenza contro le donne, era stato interpretato come un via libera alle 'teorie del gender' che, estremizzate, affermano il primato della scelta culturale sul sesso biologico. Una circolare dell’allora ministra Giannini nel 2015 aveva chiarito che «tra i diritti e i doveri e tra le conoscenze da trasmettere non rientrano in nessun modo né 'ideologie gender' né l’insegnamento di pratiche estranee al mondo educativo».

Precisazione che però non era bastata a tacitare i dubbi di tante famiglie, messe in allarme dalla diffusione nelle classi italiane di progetti più o meno validi sul tema, a volte senza il consenso dei genitori. Si discutono ora alla Camera ben 11 proposte di legge su cui si è raggiunto un testo base provvisorio, su temi e con titoli molto vari: educazione alla parità di genere, alle differenze di genere, socio-affettiva, sentimentale... Si parla dunque di educazione, uno dei compiti fondamentali della scuola, che non può limitarsi a istruire. Ma dove finisce il dovere dello Stato? Qual è il ruolo della famiglia? E soprattutto, si 'insegnano' le emozioni? Le proposte affrontano la violenza contro le donne, il bullismo, l’uso di parole ed espressioni odiose (in inglese hate speech). Il motivo è legittimo: cresce oggi una nuova coscienza dei diritti delle donne, accanto a uno sguardo con meno pregiudizi su differenze e omosessualità. Sentiamo il bisogno di uomini più gentili accanto a donne più sicure, di far crescere ragazzi consapevoli e capaci di dominare le emozioni negative esprimendo quelle positive, di rispettarsi reciprocamente, di non escludere o schernire chi non è eterosessuale. Una legge che pretenda di affrontare tutto questo sarebbe - e forse è - inutile.

Ma ogni tornante culturale di una società, come quello che vede oggi la necessità di riaffermare la parità dei sessi e di non giudicare gli omosessuali, ha bisogno dei suoi simboli. E le leggi hanno una funzione di pedagogia culturale anche quando ribadiscono compiti e obiettivi che si dovrebbero raggiungere attraverso un’alleanza educativa di tutti e un forte senso del ruolo della scuola nel difendere la dignità umana. Una proposta come quella in discussione, di conseguenza, non deve spaventare ma neanche illudere. Può far dire a molti, non a torto, che il Parlamento avrebbe cose più importanti da fare, e creare diffidenza in chi vi legge il cavallo di Troia per progetti culturali indebiti.

Per un passo avanti, dunque, servono alcune condizioni. Il mondo degli affetti non si può rinchiudere in una 'materia': non stiamo parlando di una disciplina, ma di formazione della personalità. Fornire competenze su pari opportunità o parità di genere diventa quindi un modo con cui la scuola, attraverso argomenti e contenuti di varie discipline o in attività trasversali, spinge gli studenti alla riflessione e alla crescita. Le diverse proposte di legge devono trovare un centro chiaro che, nella logica del comma 16, potrebbe essere proprio il tema delle pari opportunità e del rispetto dei diritti delle donne nell’ambito di un’educazione alla tolleranza e al rispetto verso tutte le diversità come della chiarezza sulla differenza dei sessi, non riconducibile a una fluidità trasformista. La formazione degli insegnanti ha un ruolo importante. Università e altre agenzie possono concorrere agli obiettivi formativi delle proposte di legge, ma non è possibile imporre alla loro autonomia determinati corsi di studio. L’educazione alla parità di genere, beninteso, può condurre a esiti diversi da quelli enunciati.

Ed è qui che entrano in campo le famiglie, che non possono essere solo informate, ma vanno coinvolte sin dalla stesura dei Piani triennali dell’offerta formativa e nei consigli di classe. Un tema così delicato esige infatti la collaborazione piena tra scuola e famiglia, che hanno bisogno l’una dell’altra. Un modello di 'scuola degli insegnanti' rischia di escludere la responsabilità dei genitori, mentre la 'scuola delle famiglie' può non considerare il diritto-dovere dello Stato di garantire l’istruzione dei ragazzi secondo la Costituzione. La 'scuola della comunità' è il solo modo di costruire dialogo e partecipazione tra studenti, famiglie, insegnanti, dirigenti, personale non docente. Più ancora, c’è da creare una 'scuola della cittadinanza', che educhi al senso dell’altro. Emozioni, sentimenti, rispetto, apertura, tolleranza non si insegnano né si impongono. La strada per il Parlamento è discutere e approvare una rinnovata educazione alla cittadinanza in cui aspetti cognitivi, valoriali e comportamentali trovino una sintesi. Ripensare le competenze di cittadinanza darebbe la possibilità di trattare anche il tema della diversità senza renderlo 'diverso'.

*Pedagogista, deputata di Democrazia solidale-Centro Democratico

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