Dumbo sono io (mai rinnegare le radici)
mercoledì 10 aprile 2019

I ragazzini che oggi vedono il film Dumbo lo vedono come l’ho visto io: la storia di un riscatto. Un nostro riscatto. La trasformazione di un nostro pesante difetto in un’eccelsa virtù. Nell’elefantino Dumbo quel difetto sono le orecchie sterminate come lenzuola. La virtù è che sono anche ali, e con le ali si vola.

Il regista insiste sui voli, perché sollevano l’entusiasmo del pubblico di bambini, che quando l’elefantino si alza in aria si agitano sugli sgabelli. Voi mi chiederete perché ho scritto 'sgabelli'. Perché davanti alla sala della proiezione ci stanno montagnole di sopralzi, ogni bambino che entra ne prende uno, lo mette sulla poltroncina, e sedendosi su quel sopralzo diventa più alto, e può vedere meglio. Tu entri e vedi queste file di teste alte, credi che siano tutti adulti, invece sono bambini sopraelevati.

Entrando a vedere un film per bambini, ridiventi bambino. Se il film racconta la paura o la sconfitta di un piccolo perdente, figlio dell’uomo o figlio di elefante, tu rivivi la paura e la sconfitta che furono tue, quand’eri piccolo e perdente. Se il perdente è deriso, tu risenti le derisioni di cui sei stato vittima. Se il perdente alla fine vince, tu rivivi la tua liberazione dalla sconfitta. Ma mi accorgo che sto girando alla larga, non ho il coraggio di entrare nel problema, che è questo: se il difetto di Dumbo sta nelle orecchie enormi, per cui è disprezzato e deriso, qual era il difetto mio e di quelli come me?

Questo: ero figlio di contadini, venivo dalla campagna, ero povero, ero malvestito, parlavo dialetto, non sapevo le buone maniere e non sapevo la lingua italiana. La mia cultura era rozza: campi, stalla, casa, chiesa, paese. Dumbo lo esibiscono in circo appena nato, ma gli nascondono le orecchie, grandi come vele, con un fazzolettone, non deve mostrarle.

A me e ai miei compagni di classe, nella piccola scuola del paese che purtroppo non era Barbiana e non aveva come insegnante un parroco locale, ma un maestro arrivato da una cittadina lontana, veniva insegnato a nascondere tutto ciò che conoscevamo (aratro, tridui, buoi, stalla, abbeveratoio, greppia, frusta, cavezza, bietole…) e far finta di vivere una vita nazionale, con oggetti attrezzi usi nazionali. Insomma, ci mettevano il fazzolettone al collo, per nascondere le nostre orecchie.

Finita l’università e mettendomi a scrivere, da mezzo secolo scrivo soltanto del mio mondo contadino di cui la scuola m’insegnava a vergognarmi. E questo è il riscatto. Perché oggi nel mondo io, figlio della campagna, con i libri raggiungo i figli della campagne, della meseta, della pampa, della puzsta, che sono miei fratelli: genuini, ma dalla cultura misconosciuta, soffocata e repressa.

L’elefantino dalle grandi orecchie, che non può neanche mostrarle nel circo, usa le orecchie per volare. Io, che a scuola non potevo neanche nominare gli attrezzi che usava mio padre, perché il maestro non li conosceva, se li scrivo nei libri sono compreso a Buenos Aires e Santiago del Cile come a Istanbul. Il circo tarpava Dumbo, come la scuola non-di-Barbiana tarpava me e i miei compagni. Nel circo, i lavoranti del circo si vergognano di Dumbo, e vorrebbero cacciarlo dal circo. A casa mia, i miei si vergognavano di me, volevano vendere i campi e trasferirsi, e finirono col diseredarmi, con un notaio di Bologna. Per fortuna Dumbo non s’è tagliato le orecchie. E io non ho rinnegato la civiltà contadina. M’ha insegnato tante cose. Ancora utili.

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