venerdì 22 dicembre 2017
Come cambia la distribuzione della ricchezza in Italia: la polarizzazione dei redditi e patrimoni è in crescita da 30 anni, ma in Europa il welfare ha permesso una miglior redistribuzione
Più disuguaglianza in Italia. Il sorpasso dei super-ricchi

In meno di 20 anni in Italia la quota di ricchezza nazionale detenuta dal 90% meno benestante della popolazione si è ridotta dal 60 al 45% del totale. Mentre il 10% più ricco ha accresciuto la sua parte fino al 55%. In questo grande 'travaso' di patrimonio il top della classe agiata, l’1% degli italiani, ha visto salire la sua quota parte di circa cinque punti percentuali superando il 20% del tesoro privato complessivo. I dati si riferiscono agli anni dal 1995 e il 2013 e confermano come il nostro Paese abbia conosciuto, come gran parte del mondo sviluppato, un’impennata delle diseguaglianze sociali. Se la tendenza generale non è nuova questi dati, che riguardano i patrimoni delle famiglie, mostrano una polarizzazione più accentuata di quello che finora hanno mostrato altre analisi, ad esempio quella di Bankitalia, che indica in circa il 45% le ricchezze del top 10% della popolazione sul totale.

A darne conto è una ricerca presentata nei giorni scorsi da tre economisti, Salvatore Morelli, dell’unità di studi sulle diseguaglianze dell’università della Città di New York, Paolo Acciari, del ministero dell’Economia, e Facundo Alvaredo, della Pse di Parigi, nell’ambito della pubblicazione del primo World inequality report (presso appunto la Paris school of economics) da parte di un folto gruppo di studiosi internazionali, il cui esponente più noto è il francese Thomas Piketty. Per la prima volta i tre analisti hanno potuto ricostruire l’andamento e la distribuzione delle ricchezze personali in Italia anche attraverso i dati derivanti dalle dichiarazioni di successione, ovvero dalla eredità. La ricerca tiene conto pertanto di tutte le attività reali e finanziarie e delle famiglie, dagli immobili alle partecipazioni, dai risparmi alle aziende possedute. L’analisi è basata ancora su stime preliminari ma se confermata fuga ogni dubbio sui trend della distribuzione dalla ricchezza nel nostro Paese.

Le cifre che ne emergono non si prestano infatti a fraintendimenti: seguendo una sorta di effetto calamita la ricchezza privata è andata ad accumularsi dove già era presente piuttosto che a distribuirsi sull’intero corpo sociale. Come emerge dai dati presentati, tanto il top 1% che il top 10% della popolazione hanno infatti accresciuto la propria quota parte di circa un terzo, rispetto al totale (rispettivamente dal 15 al 20% e dal 40 al 55%) mentre nel contempo scendeva di altrettanto quella del resto degli italiani. Il periodo di osservazione copre tanto un periodo di moderata crescita dell’economia, dal ’95 fino al 2007 (anni durante i quali anche le politiche di privatizzazione potrebbero avere favorito l’acuirsi dei divari patrimoniali) quanto gli anni bui della crisi, dal 2008 al 2013. Guardando ai grafici presentati la 'curva della diseguaglianza' resta quasi sempre in aumento con una certa accelerazione tra il 2004 e il 2006 e un rallentamento negli anni della recessione.

Il rapporto sulle diseguaglianze presentato a Parigi evidenzia del resto come l’aumento degli squilibri economici nel mondo sia un fenomeno di lungo corso e non il portato della crisi di questi anni. Oggi che la bassa marea della recessione ha lasciato sul bagnasciuga un esercito di nuovi poveri e messo a rischio le sicurezze del ceto medio, il dato è ovviamente più eclatante. Ma il drastico allargamento della forbice tra top e down della scala sociale è un tratto caratteriale degli ultimi 30 anni della nostra storia. Mentre dall’inizio del secolo scorso fino agli anni Ottanta nei Paesi avanzati il divario di ricchezza si era attenuato. «L’Italia – spiega Morelli – è uno dei Paesi dove il rapporto tra ricchezza aggregata totale e il totale dei redditi prodotti ogni anno è tra i più elevati al mondo, una delle nazioni a più elevata intensità capitalistica, dove la ricchezza vale molto più del reddito». Il dato generale che emerge, commenta l’economista, è che «si accresce sempre di più il peso della ricchezza ereditata, della trasmissione dinastica patrimoniale, rispetto alla generazione di reddito. Una situazione dove, come è stato detto, il passato divora il futuro».

Tra il 1980 e il 2016 l’1% più ricco della popolazione mondiale si è assicurato il 27% dell’aumento complessivo di ricchezza. Il 50% più povero del pianeta ha a sua volta migliorato le sue condizioni (grazie al boom delle economie emergenti) ma la sua fetta di torta è stata solo il 12% del totale. In termini relativi, i più sfavoriti sono stati i ceti popolari e le classi medie dei Paesi avanzati, tra i quali l’andamento dei redditi è stato debole e in taluni casi negativo. Dal rapporto emerge però anche come i diversi sistemi economici abbiano reagito diversamente alla spinta del liberismo, della finanziarizzazione dell’economia e della globalizzazione. In Europa e in Italia la ricchezza non è equamente distribuita ma i divari restano comunque meno accentuati. Qui l’eredità del sistema di protezione sociale novecentesco e l’accesso di larghe fasce di popolazione alla proprietà immobiliare hanno parzialmente arginato la crescente polarizzazione.

Usa ed Europa occidentale sono andati nella stessa direzione ma a velocità diverse. Parlando ora di redditi e non di patrimoni negli States la quota detenuta dal top 1% è schizzata dall’11 al 20% del totale, mentre il 50% alla base della piramide sociale scendeva dal 21 al 14%. Nel Vecchio continente invece i ricchissimi hanno accresciuto il loro reddito dal 10 al 12% e la metà più povera della popolazione è scesa dal 24 al 22%. Se poi si allarga il focus dai pochi super-ricchi al 10% più benestante, il reddito in Europa occidentale è passato negli ultimi dieci anni dal 35 al 37% del totale. Siamo ancora lontani, per fortuna, dai divari delle altre maggiori economie: in Cina il decile più ricco possiede il 41%, in Russia il 46, negli Usa il 47. Al vertice delle diseguaglianze l’India (55%) e il Medio Oriente (61%). Anche in Brasile le iniquità sono enormi. Ma in controtendenza con gran parte del mondo, dagli anni Novanta si sono ridotte. Se l’accrescersi del divario sociale fosse il carburante di una crescita diffusa e stabile potrebbe comunque essere considerato un prezzo accettabile da pagare. Ma oggi «la ricerca economica converge sul fatto che livelli alti di diseguaglianza non sono una cosa positiva per la stabilità del sistema, che efficienza ed equità vanno perseguiti insieme», aggiunge Morelli. Gli squilibri eccessivi tendono da un alto ad aumentare il debito, dall’altro a comprimere i consumi delle classi popolari verso forme di low cost generalizzato che, a cascata, spingono verso il basso anche le retribuzioni. E anche quando il tenore di vita resta stabile, la perdita relativa di ricchezza dei molti nei confronti delle élites può accrescere invidia e risentimento sociale, alimentare il populismo e le 'avventure' politiche.

Secondo gli estensori del rapporto, se le tendenze attuali non verranno contrastate le disuguaglianze aumenteranno ancora. Questo esito però non è una fatalità, quanto invece la conseguenza delle scelte politiche e dei diversi modelli economici. Se a prevalere saranno le dinamiche americane i divari si accresceranno ancora. Con il trend osservato in Europa le diseguaglianze tenderebbero a una maggiore stazionarietà. Ma come fronteggiare la polarizzazione sociale? Gli autori del World inequality report insistono su alcune priorità. La lotta ai paradisi fiscali – divenuti resort di lusso degli speculatori finanziari ed evasori fiscali top class – una maggiore progressività dei prelievi fiscali sul reddito (che al contrario è diminuita negli ultimi decenni), forme di tassazione su grandi patrimoni ed eredità invece che sul lavoro. E ancora: mantenimento di una presenza pubblica nell’economia, salario minimo, migliore rappresentanza dei lavoratori negli organi direttivi delle imprese, un accesso concreto all’istruzione superiore per le classi popolari.

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