Il messaggio del Papa per la Pace. Dire no alla violenza per aiutare Dio, e l'uomo


Marina Corradi martedì 13 dicembre 2016

Venerdì scorso, Istanbul: 15 morti allo stadio in un attentato. Sabato, Nigeria: due kamikaze bambine al mercato di Madagali provocano 57 morti e 177 feriti. Domenica, al Cairo: ancora un kamikaze in una cappella attigua alla cattedrale cristiana copta di San Marco uccide 25 persone e ne ferisce 35. Erano quasi tutti donne e bambini. È un rosario di sangue, l’elenco delle ultime notizie dal mondo in questi giorni. Scorrono veloci, sui siti dei quotidiani, queste stragi lontane da noi. Ma, se ti resta negli occhi un titolo o l’immagine di un tg, e ti ci soffermi, puoi avvertire in te l’eco delle deflagrazioni, delle urla, dei pianti. Quelle bambine in Nigeria caricate di esplosivo, agnelli mandati al macello in un povero mercato di frutta e verdura: quanti morti, quanti invalidi per sempre, e, a casa, quanti orfani, quante vedove, lasciate coi figli a fare la fame.

E, al Cairo: la furia di tredici chili di tritolo contro una folla di madri con i figli in braccio, nella cappella riservata a loro. Una quantità spaventevole di morte che si scatena sulla umanità più inerme. L’ordigno svelle le travi, schianta le volte. Grandi macchie di sangue restano sui muri bianchi. Madri impazzite nella calca, nel fumo, cercano i loro bambini. In soli tre giorni, che impressionante quantità di violenza. Cerchi di scacciare quelle immagini, che fanno male come un pugno. Insorge ancora una volta la domanda: ma Dio, dov’era in quegli istanti? E più che una domanda, è un’accusa, è il germe amaro del dubbio. Oppure, peggio, pensi: non c’è niente da fare, in questo mondo roso dal male come da un cancro. Dopo tre giorni come questi viene reso noto il Messaggio per la Giornata della pace del 2017 di papa Francesco.

La nonviolenza come stile politico di pace, è il tema. La nonviolenza? La pace? Tu hai ancora negli occhi l’immagine di quella chiesa devastata, delle madri con i figli sanguinanti fra le braccia. La via della nonviolenza ti sembra, d’istinto, così utopistica, così impotente, davanti a tanto male. Ma, la violenza, si domanda invece il Papa, «permette di raggiungere obiettivi di valore duraturo? Tutto quello che ottiene non è forse di scatenare rappresaglie e spirali di conflitti letali che recano benefici solo a pochi signori della guerra? La violenza non è la cura per il nostro mondo frantumato». E cita Benedetto XVI: la nonviolenza «è realistica, perché tiene conto che nel mondo c’è troppa violenza, troppa ingiustizia, e dunque non si può superare questa situazione se non contrapponendo un di più di amore, un di più di bontà. Questo ' di più' viene da Dio».

Una prospettiva del tutto diversa. Nella consapevolezza piena della violenza nel mondo: che è troppa, così tanta che nessun’arma basta a combatterla. Una violenza tale che, a averne la totale cognizione, ci sarebbe insopportabile. Troppa violenza, che non si può superare se non in un di più, che viene da Dio. Sì, vorresti dire, ma intanto i cannoni tuonano, le bombe deflagrano, e da dove questo di più di Dio può cominciare? Il Papa: «Anche Gesù visse in tempi di violenza. Egli insegnò che il vero campo di battaglia, in cui si affrontano la violenza e la pace, è il cuore umano: 'Dal di dentro infatti, cioè dal cuore degli uomini, escono le intenzioni cattive', si legge nel Vangelo di Marco». Dal cuore degli uomini. Dal nostro cuore. Chi crede in Cristo, dice il Papa, «sa riconoscere la violenza che porta in sé e si lascia guarire dalla misericordia di Dio, diventando così a sua volta strumento di riconciliazione, secondo l’esortazione di San Francesco d’Assisi: 'La pace che annunziate con la bocca, abbiatela ancor più copiosa nei vostri cuori'». Rivedi quelle madri del Cairo spezzate, immagini i grandi occhi innocenti e spauriti di due bambine comandate a portare la morte. Per te, quel male è schiacciante.

È oltre ogni tollerabile misura. Ma per Dio, per la misericordia di Dio, nulla è troppo grande. Bisogna aiutarlo, però, Dio. Bisogna riconoscere in sé quella radice di male che anche noi portiamo. Siamo così pacifici, finché qualcuno non ci fa del male. O magari, semplicemente, ci disturba. Quanta violenza inizia da sciocchezze, dai rumori del vicino, dalla parola di un collega, da cose da nulla. Si ricomincia dal cuore, proprio il nostro, angusto com’ è. Con negli occhi quelle madri, quei bambini, sapere almeno che il vero campo di battaglia è il cuore degli uomini, e la domanda a Dio. Che si ricomincia, ogni volta, da qui.

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