venerdì 9 febbraio 2018

L’Unione Europea con la riforma dei dazi antidumping approvati a fine dicembre e da pochi giorni in vigore batte un colpo importante sulla questione della sostenibilità sociale del commercio, centrale per evitare che il libero scambio si trasformi in una corsa al ribasso sul costo e sulla dignità del lavoro. Infatti, è sotto gli occhi di tutti come il sistema economico sia particolarmente capace di perseguire obiettivi di profitto/investimento e innovazione, da un lato, e benessere dei consumatori, dall’altro, mentre non abbia al suo interno meccanismi automatici o correttivi in grado di garantire eguale attenzione a tutela del lavoro e sostenibilità ambientale.

In campo ambientale, molteplici segnali nell’economia reale e sui mercati finanziari ci dicono che l’inversione di tendenza è ormai avvenuta. Grazie a una serie di fattori concomitanti che ormai fanno massa critica (la pressione di molti fondi d’investimento, la riforma della regolamentazione nazionale, i progressi delle tecnologie “verdi”) la responsabilità ambientale è diventata un fattore competitivo, è economicamente conveniente e le aziende che sono in vantaggio su questo fattore hanno, a parità di tutto il resto, valutazioni più favorevoli sui mercati finanziari.

Nel campo della dignità del lavoro l’inversione di rotta non è ancora arrivata. A tutt’oggi, il costo del lavoro è troppo spesso (soprattutto quando il lavoro non è ad alta qualifica) un impaccio nella corsa ai profitti e nella serrata concorrenza di prezzo per conquistare quote di mercato e soddisfare i consumatori. Gli effetti di tale problema si trasmettono a cascata su tutto il sistema, producendo conflitti sociali, nazional-populismi e rinfocolando pulsioni razziste che mettono a rischio la sostenibilità politica dell’attuale fase della globalizzazione nei Paesi ad alto reddito. Se è vero che la durezza della competizione globale deve spingere cittadini e imprese a risalire la scala del talento verso l’eccellenza, è anche vero che è compito della politica costruire una società decente anche per chi non è un primo della classe e rischia di più in un sistema con sempre meno tutele e protezioni.

Nella Settimana sociale dei cattolici italiani di Cagliari abbiamo identificato tre strumenti fondamentali per invertire questa corsa al ribasso sul costo del lavoro. Il primo è il “voto col portafoglio” dei cittadini che, ove dispongono dell’opportuna informazione e di potere d’acquisto, possono nel loro stesso interesse “premiare” con scelte di consumo responsabile (Obiettivo di sviluppo sostenibile n. 12 delle Nazioni Unite) e di risparmio responsabile le imprese leader nella creazione di valore ambientalmente e socialmente sostenibile.

Il secondo è il “voto col portafoglio” delle amministrazioni locali e nazionali che, con le loro scelte di appalto, stanno passando dal criterio del prezzo minimo a quello dell’offerta economicamente più vantaggiosa che include gli standard minimi sociali ed ambientali. Il terzo è una riforma del sistema fiscale a livello nazionale e internazionale che rimoduli le imposte sui consumi, penalizzando le filiere meno sostenibili e premiando quelle più sostenibili.

Anche su questo terzo e ultimo punto le cose si stanno muovendo rapidamente. La riforma europea dei dazi antidumping li avvicina significativamente all’idea della Social Consumption Tax. Se prima l’onere della prova dell’esistenza di dumping sociale (una distorsione dei prezzi al ribasso su prodotti esportati verso la Ue che nasconde pratiche di lavoro al di sotto degli standard minimi e di decente salario locale) era a carico degli industriali europei, adesso la questione si rovescia e si introduce il criterio del «confronto con i Paesi terzi simili». Se, per intenderci, un prodotto di un Paese extra Ue ha un prezzo significativamente inferiore di un prodotto di un altro Paese extra Ue confinante e con caratteristiche simili in termini di costo della vita, si presume che dietro quel prezzo ci sia sfruttamento del lavoro e si applica una sovrattassa che porta il prodotto almeno al costo di quello dei Paesi confinanti. Altro cambiamento fondamentale, l’onere della prova che quel prezzo non sia dumping passa all’esportatore riducendo così il costo per l’industria nazionale di costruire complessi dossier e documentazioni per provare, a distanza dal fatto e con carenza di informazioni a proposito, che quel tipo di prezzo rappresenta una concorrenza sleale. La nuova versione dei dazi antidumping Ue rappresenta un passo importante verso l’orizzonte ideale di una libertà degli scambi rispettosa della dignità del lavoro e della persona. In punto di principio, non ci sono dubbi che il primo valore (la libertà degli scambi) sia al servizio del primo. Ma così non è, e così non è stato tutte le volte che gli accordi di libero scambio hanno ignorato i rischi di dumping sociale e di corsa al ribasso verso lo sfruttamento e la precarizzazione del lavoro.

I tempi odierni ci hanno abituato a cambiamenti rapidissimi e spesso inattesi. Se oggi non intravediamo ancora l’orizzonte, è tuttavia possibile che presto anche la battaglia sulla dignità del lavoro sia vinta a livello globale. Ciò, però, potrà avvenire solo se sapremo superare la tentazione di rispondere ai problemi attuali con guerre commerciali tra Paesi, ove inevitabilmente ogni azione produce una reazione generando una spirale perversa. Da questo punto di vista, strumenti come quelli descritti, che consentono di difendere la dignità della persona senza guardare ai confini sono anche l’unica via possibile e ragionevole per risolvere il problema. E attraverso di essi si può giungere ad una par condicio internazionale (la Social Consumption Tax) per la quale qualunque prodotto che non rispetta standard minimi locali di lavoro decente (che sia italiano o cinese), ovviamente parametrati sulle condizioni di vita e sul potere d’acquisto locale, deve subire lo stesso trattamento. La difesa della dignità della persona che lavora non deve avere confini. E solo se non avrà confini potrà veramente funzionare.

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