martedì 17 ottobre 2017

Il primo atto della visita alla Fao del Papa è stato sostare di fronte a una scultura in marmo, opera dell’artista Luigi Prevedel e dono dello stesso Francesco all’organizzazione internazionale: raffigura Aylan, il piccolo profugo siriano annegato di fronte alle coste turche. Un’immagine che scosse profondamente l’opinione pubblica mondiale e aprì a un tempo di commozione e accoglienza. Ma, dopo appena due anni, quella stagione sembra in parte essersi chiusa. Lo mostrano anche certi risultati elettorali, che riflettono sempre più una mentalità che si nutre di paura e che fa della chiusura la proposta più semplice da comunicare. Il discorso pubblico sui migranti sembra essersi irrigidito e spesso anche involgarito. Il piccolo angelo, che nell’opera è raffigurato mentre piange accanto al profilo inerte di quel profugo bambino è la nostra stessa umanità, incredula, sgomenta, straziata per la morte di ogni senso di fraternità e misericordia.

Il Papa vive la tragedia del nostro tempo come una sfida posta contestualmente alla coscienza di ogni credente e a quella di ogni essere umano, perché il cuore e l’intelligenza non soccombano al sonno della ragione e della pietà. Il suo magistero intende risvegliare l’aurora di un tempo nuovo, nella Chiesa e nel mondo, e in tale sforzo Francesco non ha paura di percorrere piste nuove e dirette. Una di queste appare l’appello rivolto ieri alla Fao, quando ha osservato che «la gestione della mobilità umana richiede un’azione intergovernativa coordinata e sistematica, condotta secondo le norme internazionali esistenti e permeata da amore e intelligenza». Perché, precisa, «il suo obiettivo è un incontro di popoli che arricchisca tutti e generi unione e dialogo, e non esclusione e vulnerabilità».

La questione migratoria – secondo il Papa – è troppo vasta e complessa perché non ci sia uno sguardo coordinato a livello mondiale e soluzioni che nascano dall’incrocio dei problemi veri che spingono a partire dalla propria terra, come fame e cambiamenti climatici: «Certamente – ha detto – guerre e cambiamenti climatici determinano la fame, evitiamo dunque di presentarla come una malattia incurabile». Insomma, non si è condannati a rimanere inerti o, peggio, chiusi di fronte alle domande di milioni di persone costrette a emigrare. Si può e si deve fare qualcosa di serio.

Non è certo la prima volta che il Papa parla delle migrazioni considerandole un’occasione di arricchimento per chi parte e per chi accoglie. Ma quello di ieri alla Fao è un contributo di peso, ragionato, nell’anniversario dell’organizzazione internazionale, che Francesco vede come l’occasione di «ripartire dall’impegno per cui [l’agenzia stessa] è nata». E spiega: «La realtà odierna domanda maggiore responsabilità a tutti i livelli non solo per garantire la produzione necessaria, ma soprattutto per tutelare il diritto di ogni essere umano a nutrirsi a misura dei propri bisogni». Ecco un primo cambiamento di rotta, che trasforma un possibile discorso di circostanza in un allargamento di orizzonti, in una meditazione di fondo su come, alla radice di ogni migrazione, ci sia una domanda di pane, per sé e per i propri cari.

«Fiat panis», recita il motto della Fao. Ma come garantire tale miracolo se non si lavora per porre sotto controllo i cambiamenti climatici, se non si superano i conflitti? È chiaro che si «impone una conversione».
Si aggiunge un secondo, importante, punto di svolta: «Mi pongo – e vi pongo – questa domanda: è troppo pensare di introdurre nel linguaggio della cooperazione internazionale la categoria dell’amore, declinata come gratuità, solidarietà, cultura del dono, fraternità, misericordia?». Del resto, continua Francesco, «come fermare persone disposte a rischiare tutto, perché mancano del pane quotidiano, o sono vittime di violenza o mutamenti climatici? Si dirigono dove vedono una luce o percepiscono una speranza di vita.

Non potranno essere fermate da barriere fisiche, economiche, legislative, ideologiche: solo una coerente applicazione del principio di umanità potrà farlo». Sono parole di fronte alle quali il dibattito se accogliere migranti economici o soltanto rifugiati appare piccino e irrealistico, perché superato dall’amara realtà: morire per la fame o per la guerra non è sempre morire? «Ho avuto fame e mi avete saziato», così ha scritto il Papa sul libro d’onore dell’organizzazione internazionale. È una citazione del Vangelo di Matteo. Ma anche, per tutti, il pensiero di chi ha a cuore le sorti dell’umanità e vuole coinvolgere in un cambiamento di rotta.

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