Cittadinanza e pace, parole di speranza per i musulmani
giovedì 7 febbraio 2019

Le immagini della visita di papa Francesco ad Abu Dhabi, negli Emirati Arabi Uniti, entrano nella storia come una delle pagine più significative per il dialogo interreligioso e per la pace e l’amicizia tra i popoli. Riportano alla mente il 27 ottobre del 1986, quando Giovanni Paolo II convocò ad Assisi gli esponenti delle varie religioni del mondo per celebrare insieme la Giornata mondiale di preghiera per la pace. Questa volta è il Papa in persona ad arrivare nella penisola arabica e a parlare al cuore dell’islam. L’iniziativa negli Emirati, coronata con la firma del 'Documento sulla fratellanza umana' si è svolta in un momento storico complesso, scandito da guerre, terrorismo, violenze e ingiustizie che generano povertà e migrazioni forzate.

Per questo assume una valenza ancora più grande. Per molti musulmani il gesto del Pontefice è stato anzitutto un importante e non scontato atto di riconoscimento dell’altro come fratello. Non scontato perché proprio gli orrori che contraddistinguono quest’epoca storica hanno seminato odio e diffidenza come forse mai prima.

Questo incontro è una sorta di giro di boa, è un prendere per mano l’altro, riconoscendone il valore, pur nella sua diversità, per affrontare un cammino verso la pace e la giustizia che solo se fatto insieme può portare lontano. Tutto nel pieno stile di papa Francesco, che anche agli occhi di tanti non credenti è un 'rivoluzionario' illuminato e umanista, che invece di seguire quell’atteggiamento di chiusura che oggi porta a innalzare muri, costruisce ponti e li attraversa con coraggio. Il merito del Papa è stato dare un nuovo impulso al dialogo e all’amicizia con l’islam, ma anche riuscire a portare speranza e dignità agli ultimi del mondo, ai tantissimi lavoratori stranieri, di cui molti cristiani, che operano e vivono anche come fantasmi nelle ricche monarchie del Golfo. Il contesto degli Emirati e, più in generale, della penisola arabica, non è certamente tra i più semplici, sia sul piano politico, sia su quello dei diritti umani.

Le tensioni tra governi e la guerra che sta martoriando la popolazione yemenita impongono un cambiamento di rotta radicale, in cui è fondamentale che anche le comunità cristiane abbiano un ruolo da protagoniste. Sul piano del rispetto delle libertà individuali e dei diritti umani c’è ancora molto da fare e bisogna impegnarsi per una vera inclusione di tutti. In questo contesto le parole di unità pronunciate dal Papa sono state molto significative e hanno offerto un nuovo orientamento, sottolineando il concetto di piena cittadinanza, che supera quello di minoranza religiosa. Il cittadino, infatti, è una persona attiva, libera, a cui è riconosciuta piena dignità, mentre chi 'appartiene a una minoranza' è spesso un emarginato, ha bisogno di protezione e garanzie. Parlare di cittadinanza nel contesto del Golfo è un coraggioso inno all’inclusione, al riconoscimento della dignità delle donne e degli uomini di ogni etnia e religione e l’impegno dei rappresentanti dell’islam a sottoscrivere con il Papa un documento pubblico non potrà rimanere solo formale.

Molti musulmani hanno espresso la propria speranza per l’inizio di un cambiamento storico condiviso. Molti altri, invece, hanno scritto del loro rammarico per il fatto che il Pontefice si sia trovato a confrontarsi con le figure 'forti' del mondo arabo- musulmano, che non sempre incontrano il pieno consenso dei loro popoli. È un dibattito interessante, se si considera che, alla base, c’è un’attenzione e una fiducia dei popoli arabi verso il Papa, di cui forse nessun altro leader al mondo gode. Di certo nessuno può chiedere al successore di Pietro di risolvere, da solo, tutte le ingiustizie e i problemi del mondo, ma il forte impatto che questo incontro ha avuto, segna un passo in avanti. È un’esortazione alla giustizia e alla pace a cui non possono restare indifferenti i leader del mondo, compresi i rappresentanti dei Paesi del Golfo.

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