sabato 21 aprile 2012
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Il governo sta svolgendo con diligenza il compito assegnatogli, quello cioè di spegnere l’incendio dei mercati finanziari divampato nella seconda metà dell’anno scorso. Le competenze e le abilità necessarie a spegnere gli incendi, però, non sono quelle necessarie a ricostruire la casa una volta domate le fiamme, poiché se i pompieri si dedicano anche a questo compito avremmo una nuova casa piena di sistemi anti-incendio e di scale di fuga, ma probabilmente non una bella casa nella quale vivere e far crescere i figli.Per questo, se vogliamo rilanciare la crescita, ovvero ricostruire e rendere vivibile la casa comune, dobbiamo far "ripartire" presto la politica. Occorre, cioè, scoprire o riscoprire una idea di Italia, del suo genio e della sua vocazione civile ed economica, e da lì ripartire. Le ricette offerte da più parti alla valutazione di chi ci governa sono invece normalmente idee per vestiti pensati senza aver prima osservato bene e prese le misure della persona che dovrebbe poi indossarli. Si prenda, per fare un esempio recente, la proposta lanciata da Maurizio Ferrera sul Corriere del 16 Aprile che individua nel "terziario sociale" un possibile settore dove investire per la creazione di centinaia di migliaia di posti di lavoro, e così rilanciare la crescita. Nel formularla si nota, giustamente, che in Italia resiste ancora (fino a quando?) una ricchezza privata delle famiglie che potrebbe essere indirizzata verso una nuova domanda di servizi di cura, oggi non più soddisfatta dalla famiglia né dallo Stato sociale. Il punto cruciale di questa (e di altre, simili proposte) è però il "perché", il "come" e quindi il "chi" dovrebbe soddisfare questa domanda potenziale. Diversamente da quanto sostiene Ferrera, non è infatti per nulla indifferente se a rispondere a questa nuova domanda sarà il mercato capitalistico "for profit" oppure sarà il mercato civile e di comunità. Quando, infatti, si entra con i linguaggi e con gli strumenti puramente mercantili in territori umani decisivi quali la cura di bambini e degli anziani, la malattia e la sofferenza, il "come" si opera, le motivazioni che muovono quelle imprese e quelle persone a operare (il "perché"), sono molto importanti e, in certi, casi sono l’essenziale. Negli ultimi anni la società italiana ha soddisfatto in due modi questa nuova domanda di cura: con le badanti e con la cooperazione sociale. L’arrivo di oltre di un milione di badanti straniere è stato un fenomeno di portata epocale, che rivela anche come nelle pieghe della nostra società si sia creato un mare sotterraneo di solitudine e di dolore. Prima ancora, però, l’Italia aveva generato un suo modello originale di "terziario sociale", la cosiddetta cooperazione sociale, come risposta a questa "nuova" domanda, con dei "come", "perché" e "chi" diversi da quelli che operano in altri Paesi del mondo, in culture più individualistiche e meno comunitarie. Ma, come le cronache di Avvenire segnalano con crescente e preoccupata attenzione, è proprio questa specificità italiana, la cooperazione sociale, che ora rischia di essere fortemente ridimensionata e minata dai tagli del welfare generati dalla crisi. Certo, oggi, anche il mercato può e deve essere un alleato prezioso nel soddisfare i nuovi bisogni relazionali delle fasce più fragili delle nostre città, ma deve essere un mercato civile, cooperativo, comunitario e sussidiario, dove il contratto non si sostituisce al dono e alla reciprocità, ma è a loro servizio (lo sussidia, lo aiuta). Sia le badanti sia la cooperazione sociale sono mercato, ma, pur nelle loro inevitabili ambiguità, sono mercato civile, perché accanto al necessario contratto e al denaro si scambiano anche parole, emozioni, attenzione e affetti.Ho conosciuto una badante rumena che parlava un ottimo italiano, perché, ho scoperto dopo un po’, riceveva lezioni dalla (ex) maestra novantenne di cui si prendeva cura, una signora con cui era nato un rapporto molto più ricco del 'badare', come porterebbe invece a pensare il triste sostantivo che qualcuno ha affibbiato a queste signore. Il mercato capitalistico non funziona per la cura delle fragilità e per l’accudimento, perché tende inevitabilmente a trasformare queste relazioni in merci: ma le dimensioni più importanti della cura non si comprano né si vendono, possono essere solo donate e accolte, anche se si svolgono all’interno di un necessario e legittimo contratto di lavoro. Posso, infatti, comprare la prestazione ma non la cura, che è invece un incontro umano molto più ricco e complesso di quanto può prevedere o offrire uno scambio mercantile. Il binomio cooperazione sociale-badanti non è tuttavia più sufficiente per rispondere ai nuovi bisogni di cura. Se politicamente non verrà fatto nulla, il vuoto che si sta creando finirà per occuparlo, e anche presto, il mercato 'per profitto', con gravi conseguenze. Per rispondere adeguatamente alla crescente domanda di cura, occorre, allora, una nuova alleanza tra famiglie, politica, società civile e mercato. Occorrono nuove imprese, nuove anche per civiltà, e per questo servono leggi che ancora non ci sono né si intravvedono; ma occorre anche rivitalizzare le reti di vicinato, la prossimità, la reciprocità non mercantile nei nostri territori. In quei luoghi del vivere dove si producono, gratuitamente, i beni relazionali che sono sempre la prima cura di ogni forma di indigenza. E un motore indispensabile per tornare a crescere bene.
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