Ci sarà mai un diritto all'altezza del Vangelo
sabato 9 ottobre 2021

«L’intellettuale non può tacere perché non è ascoltato. Anzi, proprio quando non è ascoltato deve parlare». Così si esprime Sabino Cassese nel suo ultimo libro 'Intellettuali'. E, in relazione a recenti vicende che hanno offerto spazio al dibattito culturale ed ecclesiale, mi sento interpellato, come teologo, a 'non tacere', ponendo una domanda di senso, a mio avviso decisiva, perché possiamo orientarci nell’attuale caotico contesto: 'Ci sarà mai un diritto all’altezza del Vangelo?'.

La troppo facile risposta negativa a questo quesito non deve trarci in inganno, mentre ci viene incontro un antico testo protocristiano, che recita: «[I cristiani] obbediscono alle leggi stabilite, e con la loro vita superano le leggi» (' A Diogneto', V, 10). È il grande tema della fede rispetto alla legge, sia intesa nel senso di legge divina, che in quello di legge umana. Nelle pagine di 'Avvenire' è ancora vivo il dibattito sulla sentenza che ha colpito il sindaco di Riace Mimmo Lucano e sull’appello, cui si è dato spazio, per sostenerlo, anche economicamente, nella temperie giuridica cui è sottoposto per aver accolto e valorizzato oltre le regole (così sembra) i migranti e non aver intascato nulla dal suo comportamento ospitale. Il codice per ora gli dà torto, ma, qualora l’Evangelo gli desse ragione (come molti pensano e io stesso auguro), che fare? Intanto attendere che il diritto, ovvero le procedure, facciano il loro corso, nel frattempo sostenere il messaggio evangelico nella linea dell’accoglienza, piuttosto che in quella dei muri, ma anche nel tentativo utopico, e al tempo stesso, gravido di speranza, di offrire modelli nuovi in borghi o cittadine che siano in grado di proporre l’integrazione come progetto concreto di rinascita e convivenza civile.

Appena ieri abbiamo appreso che ben 12 Stati dell’Unione Europea, in una lettera indirizzata alla presidenza di turno del Consiglio chiedono «nuovi strumenti per proteggere le frontiere esterne dell’Ue di fronte ai flussi migratori, anche col finanziamento europeo di recinzioni e muri». Quanto siamo lontani dall’esortazione apostolica Ecclesia in Europa di san Giovanni Paolo II, dove si chiedeva una globalizzazione della e nella solidarietà! Ci sarà mai un diritto europeo all’altezza dell’Evangelo? Tornando indietro e rivolgendoci al contesto ecclesiale, ha stupito non pochi una evidente contraddizione, sperimentata giorni fa.

Mentre veniva pubblicato il resoconto della Chiesa francese sulla pedofilia e papa Francesco esprimeva la propria e nostra vergogna al cospetto di tanto scempio, il tribunale vaticano, se non assolveva, almeno sorvolava, sul processo relativo alle responsabilità dei cosiddetti educatori del preseminario Pio X. I due presbiteri co-imputati per alcuni reati sono assolti, per altri non sono punibili, per altri ancora è intervenuta la prescrizione. Ci sarà mai un diritto all’altezza dell’Evangelo? E d’altro canto non diventa ineludibile la questione della trasparenza, che, in quanto assoluta, non sarebbe profondamente e pienamente umana? In questo contesto emerge in tutta la sua pregnanza culturale e teologica l’asimmetria fra il peccato e il reato, in quanto non ogni peccato è reato e quindi perseguibile giuridicamente in foro esterno (come si diceva in tempi non lontani), né ogni reato è peccato e, se perseguito, non vuol dire che la persona si sia comportata in maniera anti-evangelica. Del resto, proprio in relazione alla terribile situazione che si è rilevata in Francia, sulle pagine di questo giornale giustamente si invocava la necessità di seminare ed espiare.

Ma chi deve espiare e come? Intanto le situazioni di scandalo a livello sessuale ed economico (vedi l’altro processo che si sta celebrando in Vaticano) vengono nella realtà esistenziale e storica quotidianamente espiate da chi, pur non essendosi reso colpevole di reati, impegnandosi nel servizio ecclesiale vede offuscata, se non del tutto oscurata, la credibilità della comunità credente: una vera e propria martyria, alla quale sono sottoposte tantissime persone che si sentono Chiesa, nonostante tutto. Non è raro il caso in cui per strada, persone che vestono l’abito clericale vengano insultate col titolo di 'pedofili!', il lavoro quotidiano di tanti laici e presbiteri è sistematicamente soggetto al pregiudizio e al dileggio, per cui espiano colpe non proprie. Ma, ancor di più, l’espiazione, se non la si intende spiritualizzare e disincarnare, deve avvenire, allorché si tratti di reati (come quelli denunciati nel dossier francese) sul piano squisitamente giuridico. Ma ci sarà mai un diritto all’altezza dell’Evangelo? Non sembra che il diritto romano sia stato all’altezza di Gesù di Nazareth, nel momento in cui chi lo rappresentava, cedendo al compromesso, lo ha condannato alla mors turpissima crucis.

Né un esito diverso ha sortito l’aver invocato da parte di Paolo di Tarso la sua cittadinanza romana ( civis romanus sum), essendo stato il suo martirio solo rimandato. Mentre si invoca la sacrosanta necessità di offrire al ministero ordinato, persone umanamente risolte, infatti, non bisogna dimenticare che ciascuno di noi è in fase di soluzione e per ognuno tale prospettiva sarà la morte e ciò che segue. Ecco perché chi ragiona col codice, nella Chiesa, non deve dimenticare il Vangelo e, viceversa, chi riflette col Vangelo non deve pensare di poter snobbare il codice.

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