«Caro Francesco, adesso raccontaci quello che sai»
sabato 30 marzo 2024

Caro Francesco, la notizia della decisione da te presa di collaborare con la giustizia è stata salutata in modi diversi nella nostra terra, la stessa terra che, per anni, ha dovuto vivere nel terrore grazie alle scelte scellerate fatte da te e dai tuoi amici. Il vostro triste sodalizio, passato alla storia come il clan dei Casalesi, si è distinto per una spietata e stupida efferatezza. Leggendo e ascoltando i commenti della nostra gente, non ho potuto non notare la reazione di chi continua a maledire te e la tua stirpe, per il tanto male che avete fatto. Ovviamente non mancano coloro che credono che la tua sia stata solo a una scaltra mossa per lasciare il carcere duro, adesso che hai raggiunto i 70 anni e sei affetto dal cancro. Ognuno è libero di pensare quello che vuole. Anch'io, prete in una di quelle periferie che ben conosci, mi prendo la libertà di dire la mia. Non sono d'accordo con chi ti maledice, a che serve? Vado anche al di là del semplice dato tecnico-giuridico. Ho un bisogno urgente, oggi, Venerdi Santo, di sperare. Di te, della tua famiglia, del tuo clan, dei tuoi rivali, del tuo paese conosco tante cose. Non sono mai riuscito a capacitarmi come tu - persona intelligente - abbia mai potuto credere di vivere serenamente, insieme a chi ami in questo mondo, seminando terrore e morte intorno a te. Non mi sono mai rassegnato a guardare a voi camorristi come a esseri usciti dall'inferno, anche se le vostre azioni, crudeli, stupide, spietate, lo facevano pensare. Avevi 44 anni quando finisti in gattabuia e da allora di anni ne sono trascorsi ben 26. Sei passato dai fasti di una vita da nababbo al carcere duro. Ma, possibile, mi sono sempre detto, che esistano al mondo persone tanto ingenue da non saper fare un po' di conticini? Possibile che per sete di denaro e di effimero potere sono disposte a rinunciare al calore della famiglia, alla gioia di educare i figli, a una passeggiata in campagna - le nostre meravigliose campagne! -, a una vacanza al mare? Francesco - lascia che ti chiami con questo nome tanto caro agli italiani e non con quello di Sandokan con cui sei conosciuto - sono un confratello di don Peppe Diana, il martire, trucidato dalla camorra 30 anni or sono. No, non m'interessa, nello specifico, chi e perché ne decretò la morte, so solo che fu ammazzato da chi credette di dichiarare guerra allo Stato e alla povera gente. Per la verità a scandalizzarmi non è il fatto che a morire fosse un prete, ma che fosse un uomo, e per di più innocente. L'altro giorno, insieme a don Luigi Ciotti e a un gruppo di amici, ci siamo recati, nel cimitero di Casale, a deporre un fiore sulle tombe delle vittime innocenti. Dio mio, erano tante. Oso sperare - e per questo prego, insieme alla mia comunità parrocchiale - oso sperare, dicevo, che tu possa approfittare di questo momento prezioso che stai vivendo e che da collaboratore, tu possa pentirti davvero davanti a Dio e alla società. Indietro non si può tornare, è vero, ma avanti si può e si deve guardare. E avanti, prima o poi c'è lei, la morte, che può venirci incontro come un’amica dal volto buono o una megera con le grinfie affilate. Tra coloro cui hai fatto più male ci sono i tuoi figli, il buon popolo di Casale, le vittime innocenti, i morti di cancro - soprattutto i bambini... quanti... quanti ... - per lo scempio degli versamenti tossici. Sai? Una decina di anni fa volli incontrare tuo cugino, Carmine Schiavone. Anche a lui scrissi una lettera aperta, avevo bisogno di vederlo, chiedergli informazioni sul traffico dei veleni interrati, grazie a voi, nelle nostre campagne. Rimasi fortemente meravigliato quando davanti a me si presentò un uomo anziano, con i capelli bianchi, piccolo di statura, un nonnino dal volto anonimo. Per quasi quattro ore tenne la sua mano sul mio braccio mentre raccontava, la stessa mano che aveva ucciso tante persone. Mistero della vita. Come ha fatto ad affascinarvi il male? Mi disse: « Don Maurizio, ricordati che senza gli agganci con la politica, noi camorristi saremmo rimasti solo una banda di piccoli delinquenti di paese». Quelle parole non le ho mai dimenticate, anche se non mi erano nuove. Adesso tocca a te, Francesco, prendi il coraggio a due mani e raccontaci tutto quel che sai. Immagino che già tanta gente, tanti colletti bianchi, stanno tremando. Aiutaci a estirpare la maledetta zizzania alla radice. Non aver paura. Sii forte. Sii uomo. La lettera che scrissi a tuo cugino terminava con un “Ti benedico”. Mi disse: «Sei stato l'unico a benedirmi, gli altri mi hanno sempre e solo maldetto»,« Ci credo, Carmine - risposi - l'avete combinata veramente grossa». Per quanto possa sembrarti strano, credi che anche tu sei amato da Dio. Che anche per te Gesù Cristo è morto. Apri il tuo cuore a lui. Non aver vergogna. Dagli la possibilità di raggiungerti e di perdonarti. E anche per te sarà finalmente Pasqua. Ti benedico, Francesco. Padre Maurizio Patriciello.

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