Quel piccolo salvato l'avrei chiamato Luca
sabato 27 aprile 2019

Notizia crudele e dolce. Crudele perché una neo-madre ha abbandonato il figlio appena nato, da mezz’ora, dentro una borsa da tennis, accanto all’entrata di un cimitero, a Rosolina, in provincia di Rovigo. Che fine poteva fare, un neonato lasciato da solo, dove non c’era nessuno? Morire di freddo. Aveva già cominciato, i piedini erano gelidi. Morire mangiato dai cani. Il cervello fa un salto indietro, non vuole nemmeno immaginarlo. E invece è stato salvato da un’anziana signora di 85 anni, Antonia Donà, che ha messo in moto la catena del soccorso: ha chiamato sia il 118 sia il 112. Son piombati velocissimi. Han portato via quel fagottino, vivo e vitale, cioè dotato di voglia di vivere, che succhiava le dita dell’infermiera. Ma queste sono scene usuali, succedono sempre quando scatta un salvataggio in extremis. Non scriverei un articolo se i fatti fossero soltanto questi. C’è dell’altro.

La salvatrice ha perso un figlio vent’anni fa, in un incidente stradale, ma ha un altro figlio, che vive in Norvegia, e appena rientrata in casa dopo aver messo in salvo questo bambino, che ha l’età di mezz’ora, ha chiamato al telefono il figlio emigrato e gli ha detto queste parole: «Oggi tuo fratello Luca è rinato». Da quando quel figlio è morto, di morte fulminea com’è un incidente stradale, fino ad oggi, questa signora viveva nel lutto, la vita è finita, quel che amavi l’hai perduto, non ti resta che vivere-per-la-fine, kirkegaardianamente.

Ma ecco che nel vuoto di una giornata qualsiasi, mentre vai al cimitero per essere più vicina alla persona che hai perso, in una piazzuola deserta, ti giunge un richiamo, un’invocazione, un pianto, che pare il gemito d’un gatto, anzi di un gattino. Tu pensi alle persone crudeli che buttano via i gattini appena nati. Ti accosti con cautela. Apri il borsone, e vedi agitarsi una manina. Trasecoli. E con la manina vien fuori un braccio. È un bambino. Se mezz’ora dopo, chiamando al telefono tuo figlio emigrato, gli dici che è rinato suo fratello, vuol dire che quest’idea, del figlio perduto che rinasce, t’è balzata nel cranio fulmineamente, appena quella manina sconosciuta si è agitata verso di te, brancolando. Tu avevi bisogno di quell’incontro, in un certo senso vivevi (cioè tiravi avanti) aspettandolo. Ed ecco, ti càpita.

L'équipe dell'ambulanza che ha assistito il piccolo, chiamato Giorgio in onore dell'infermiera (al centro)

L'équipe dell'ambulanza che ha assistito il piccolo, chiamato Giorgio in onore dell'infermiera (al centro)

Spero che il figlio emigrato abbia subito afferrato la situazione, che abbia dato corda alla madre, che anche lui abbia pensato che la vita ha di queste sorprese, e che fra tutte questa è la più gioiosa, la più festosa. La madre naturale che ha deposto per terra quel bambino non l’ha buttato via, l’ha messo dove sapeva che arrivava gente. Nella bruttezza dis-umana del suo gesto, disfarsi del figlio, c’è questa spietta luminosa, questo barlume di sensibilità, per cui adesso quella donna (ma correggerò subito questo termine) si sentirà consolata al pensiero che suo figlio arriva per riempire il vuoto di una vita da cui un altro figlio è uscito. Dicevo che avrei corretto il termine donna. Perché la polizia sta interrogando i presidi della zona, nell’ipotesi che qualche studentessa fosse incinta. È un’ipotesi dolorosa. Fra tutte le madri possibili, l’ipotesi che sia una che ha studiato è la più infausta. Se non avessero imparato che la vita deve rispettare la vita, cosa possono aver imparato, queste ragazzine?

Giorgio, vien chiamato il neonato. Perché Giorgia è l’infermiera che se n’è preso cura. Ma il figlio perduto della madre che l’ha trovato era Luca, io l’avrei chiamato Luca. La rinascita sarebbe più chiara.

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