Corpo-mente, adolescenti in viaggio: la frontiera dell'accoglienza ecclesiale
venerdì 26 agosto 2022

Gruppi di adolescenti in vacanza, gioia di vivere e spensieratezza. Giovani corpi atletici e abbronzati sulle spiagge, sui sentieri di montagna, nei centri estivi. Nulla come un gruppo di giovanissimi spensierati che vive intensamente nella natura queste giornate di agosto trasmette sensazioni di vitalità e di esuberanza, come se nessun pensiero, nessuna ombra potesse offuscare la loro ansia di felicità e la loro sete di pienezza. Sappiamo che è così, io che sono padre e che sono stato giovane figlio so che è così. Anche se forse così non è mai stato davvero, e anch’io so – oggi più che mai – che lo sguardo del genitore, dell’educatore, non può fermarsi all’apparenza; deve saper cogliere anche nelle situazioni di apparente serenità, come appunto un periodo di vacanza, particolari e segnali che rimandano al disagio dei nostri ragazzi.

Dietro quei corpi giovanili, oggetto di tante cure, ore di palestra e di sport, di cosmesi esasperate, di tatuaggi si nascondono talvolta pulsioni negative, autolesionismo, spinte all’isolamento e al ritiro sociale.

Il corpo come megafono di una sofferenza silenziosa che non trova altre forme di espressione. Riemergono, come monito di un’emergenza educativa che non dobbiamo mai dimenticare, i dati delle ricerche di questi ultimi mesi in cui, tra l’altro, si legge che il 20% dei giovani tra 7 tra i 10 e i 19 anni convive con un disturbo mentale non diagnosticato.

E che, in questa sofferenza, il disagio che deriva da una crescente incapacità di comprendere le trasformazioni del proprio corpo, di inquadrare in modo equilibrato il ruolo dell’affettività e della sessualità, rappresenta una percentuale rilevante. A fronte di un crescente disinteresse per il sesso – questo confermano gli esperti – quasi un rifiuto da stordimento che nasce da un’ubriacatura affrontata senza gli anticorpi necessari, si colgono crescenti problemi legati all’identità di genere.

Come se i nostri ragazzi mostrassero una nuova e disarmante incapacità di allineare il corpo e la mente nella percezione della propria sessualità.

È un fenomeno emergente e scivoloso, per cui non esistono dati certi, ma che gli esperti che si occupano di questi temi non hanno difficoltà a valutare come esorbitanti rispetto al passato. In Italia, secondo il portale infotrans del Ministero della Sanità esistono 84 associazioni che si occupano di persone alle prese con difficoltà legate all’identità di genere. Tanti sportelli a cui questi giovanissimi disorientati – anzi, soprattutto giovanissime – vanno a chiedere aiuto. Sbagliato parlare tout court di transessualità.

La maggior parte di loro non inizierà mai un percorso di 'transizione sessuale' e non si sottoporrà mai a terapie ormonali. Ma avverte che la mancata sintonia tra il sesso biologico e quello percepito interiormente determina una sensazione di malessere che gli specialisti definiscono 'incongruenza di genere' (nel 2021 l’Oms ha cancellato il termine disforia). Non si tratta di ragazze o ragazzi marginali o devianti.

Hanno un problema complesso di cui spesso fanno fatica a parlare in famiglia, e finiscono spesso per essere invischiati in una vulgata infarcita di permissivismo banale e valutazioni semplicistiche. Anche nelle comunità ecclesiali il tema è raramente affrontato, ma ci sono educatori e sacerdoti che, di fronte a casi certo minoritari ma sempre più frequenti, cominciano a informarsi e si sforzano di inventare nuovi approcci pastorali più accoglienti e inclusivi nel tentativo di armonizzare l’antropologia cristiana sull’amore con le trasformazioni profonde di natura culturale, sociale, ma anche civile che hanno toccato profondamente la nostra società.

Una complessità relazionale in cui la pastorale è chiamata a dire parole nuove, rifiutando quell’atteggiamento che papa Francesco nel recente viaggio in Canada ha definito «indietrismo», ma anche approcci semplicistici e scientificamente unilaterali come quelli adottati dalla GIDS ( Tavistock & Portman NHS Foundation Trust), la clinica londinese che verrà chiusa nei prossimi mesi e di cui ha già scritto qualche giorno fa su queste pagine Assuntina Morresi. Segnale e segnalazione importante quella chiusura, che merita di essere inquadrata nello sforzo di mettere a fuoco approcci meglio modulati che – lasciando sullo sfondo la questione terapeutica che non ci compete – possano risultare un accompagnamento efficace per questi ragazzi sotto il profilo educativo e pastorale.

Non servirà né la demonizzazione, né l’illusione che il problema non esista, ma la colpevolezza che anche nelle periferie inquiete della sessualità più difficile, spesso foriera di scelte strazianti, difficili, certamente divisive, le nostre comunità hanno proposte importanti da offrire e braccia larghe per accogliere, confortare e sostenere non 'identità fluide' ma figlie e figli, sorelle e fratelli che chiedono attenzione, rispetto, riconoscimento e aiuto.

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