Avvenire, quotidiano, cattolico. Il futuro in pagina ogni giorno
venerdì 12 ottobre 2018

Pubblichiamo l'intervento del cardinale Gianfranco Ravasi alla presentazione del francobollo celebrativo per i 50 anni di Avvenire, che si è tenuta nella Sala degli Imperatori nel Palazzo del Laterano a Roma.

Parlare di cinquant’anni di vita di Avvenire è per me un atto simile alla stesura di una prefazione, un genere letterario che intreccia quasi sempre due fili. Il primo è quello personale: fuor di metafora, si evocano ricordi, si giustificano consonanze, si segue e si insegue il registro soggettivo. Il secondo è, invece, un filo più robusto e colorato e si affida al contenuto, cioè alle scelte, ai temi e ai percorsi oggettivi che danno scheletro e carne a quella sorta di creatura vivente che è in questo caso non un libro ma un quotidiano, una realtà legata – come noi tutti – al fluire del tempo e alla successione degli eventi. La prima, allora, è necessariamente una testimonianza in cui domina l’'io' personale. Credo, infatti, di essere uno dei più antichi e costanti lettori del giornale: ero ancora studente di scienze bibliche a Roma, quando in un’edicola di piazza S. Maria Maggiore, il 4 dicembre 1968 acquistavo la prima copia, mai sospettando che quel giornale sarebbe diventato in futuro una sorta di casa di carta ove anni dopo sarei stato ospitato. Fu, appunto, nel dicembre 1990 che entrai in quelle pagine, nell’indimenticato spazio intitolato Gutenberg (progenitore dell’attuale Agorà) che inaugurò un modello in un tempo culturale e sociale molto più esaltante di quello in cui è immersa l’attuale ultima stagione della mia vita.

Questo era però solo il prodromo di un ingresso molto più decisivo, quando il giornale divenne veramente una mia residenza continua. Il 2 gennaio 1992 apparve sotto la testata una finestra intitolata Mattutino dalla quale mi affacciavo proponendo non un testo biblico o patristico – come ci si aspettava da me – ma un curioso apologo della vita di un sapiente cinese taoista del IV-III sec. a.C., Zhuangzu. Si configurava, così, quello che diventerà per oltre quindici anni una sorta di 'breviario laico', letto da credenti e non credenti, pronto a mettere sulla ribalta autori antichi e contemporanei, spesso sorprendenti per le loro dichiarazioni che riuscivano, nei tre minuti del tempo della lettura, a gettare un seme o a infilzare una spina nel fianco della sonnolenza dell’anima. Devo riconoscere che, pur avendo scritto nella mia ormai lunga esistenza una valanga di libri, articoli e saggi, ancor oggi molti mi conoscono e mi rileggono proprio attraverso quel Mattutino, trasformatosi poi in ben dodici volumi. Ma, a questo punto – passando sotto silenzio le memorie, i dialoghi, gli incontri, i nomi dei direttori, dei giornalisti, degli amici tutti del giornale – è necessario passare al secondo registro, scandito dal filo tematico oggettivo. È ciò che è stato suggestivamente espresso in quella 'biografia' che è il volumetto Voci del verbo Avvenire. Temi e idee del quotidiano cattolico 1968-2018 (Avvenire - Vita e Pensiero).

Evitando il rischio di una secca compilazione o di dilagare in orizzonti troppo vasti, mi affiderò solo a tre vocaboli radicali che sono strutturali al giornale. Il primo è proprio la sua titolatura, Avvenire, sulla quale si è ricamato il motto del cinquantenario: «Il futuro ogni giorno». Permettendomi una divagazione connessa a una mia passione professionale, la filologia, vorrei far scorrere l’arcobaleno lessicale che il verbo di base 'venire' è capace di generare. Se si bada, si tratta di una sequenza di termini che costituiscono la carne viva di un vero 'quotidiano'. Ecco, allora, 'avvenimento' ed 'evento', ma anche 'avventura' e 'sventura'; ecco 'intervenire/intervento' ma anche 'contravvenire'; ecco 'diventare' ma purtroppo anche quell’'inventare', malattia della comunicazione di massa. Ma non possiamo ignorare anche l’'avvento' e appunto l’'avvenire' che è speranza. C’è persino l’'avvenenza', lo scrivere bello, limpido, incisivo, ahimè, sempre più raro e travolto non dal 'vulgare' chiaro ma dal volgare etico ed estetico, dalla bruttura e dalla bruttezza del linguaggio attuale.

Passiamo, così, al secondo vocabolo emblematico presente nella titolatura, quotidiano. Certo, esso rimanda al concreto delle opere e dei giorni che sfilano davanti ai nostri occhi o di cui siamo talora attori. Si potrebbe, in questa linea, allargare una raggiera di considerazioni, una sorta di mappa storica, come è lecito fare davanti a una raccolta di fogli distribuiti in mezzo secolo. Io mi accontenterò di segnalare solo una qualità che i direttori hanno sempre impresso al giornale, lo sguardo geopolitico, una prospettiva ricca di iridescenze socio-culturali, senza temere di inoltrarsi in territori remoti, apparentemente incapaci di stimolare l’indifferenza dei lettori di casa nostra. Anzi, di rincorrere pure gli angoli oscuri o censurati mettendoli in prima pagina.

Non intendo riferirmi all’eventuale dato scandaloso o provocatorio, quello a cui rimandava Camus in uno dei racconti della Caduta (1956): «Per diventare famosi basta uccidere la portinaia». Ci sono, infatti, estremi ben più 'scandalosi' come, ad esempio, seguire senza sosta le rotte della disperazione che hanno reso il glorioso 'Mare nostrum' un cimitero d’acqua o inoltrarsi sui sentieri striati di sangue delle guerre dimenticate o sulle piste polverose dei popoli affamati e colpiti da sindromi devastanti. E proprio perché ogni narrazione è già un’interpretazione, idealmente in queste informazioni è stato sempre applicato quel programma che il filosofo Spinoza proponeva nel suo Trattato politico: «Mi sono sempre preoccupato – e qui continuo col suo latino limpidissimo (che era l’inglese di allora) – di non ridere, non lugere neque detestari, ma soltanto di intelligere », di comprendere, e i numerosi editoriali o le pagine culturali del giornale ne sono una netta attestazione.

Così giungiamo alla terza parola della testata: il quotidiano si definisce cattolico, termine che già postula quell’universalità di orizzonte a cui si accennava prima. Sì, lo sguardo è connotato e dichiarato. L’Incarnazione, che è il cuore del cristianesimo, esige che ci si interessi dell’intera umanità nella sua vicenda esaltante e drammatica, gloriosa e perversa. Ecco, allora, la necessità non solo di intelligere ma anche di giudicare secondo una chiave di lettura cristiana. Entra, così, in scena l’esperienza ecclesiale col peso della sua 'carne' non di rado malata, con la sua evoluzione (anche Paolo, ad esempio, assume il messaggio di Gesù ma lo infonde in nuove e differenti coordinate culturali), coi suoi atti grandiosi di verità e di amore ma anche con le pietre d’inciampo che sembrano far piombare a terra la comunità cattolica. Uno scrittore noto a tutti, come Mario Pomilio, mi ripeteva spesso il suo appello alla Chiesa ad essere più creativa e coraggiosa, in pratica 'profetica', pronta a entrare sempre nei crocevia della storia, della scienza, della cultura, un’aspirazione che aveva codificato nei suoi Scritti cristiani e nel suo capolavoro Il quinto evangelio. Pensiamo, allora, solo a quante riflessioni Avvenire ha dedicato alle questioni roventi di bioetica, a quanto sia indispensabile riflettere sulla genetica, sulle neuroscienze, sull’intelligenza artificiale, sulla cultura digitale, sull’infosfera. E non solo per ribellarsi a certe bacheche colme di asserti omologati e persino falsi o a politiche demagogiche spesso arroganti e violente già nelle parole, ma anche per far emergere l’originalità e la creatività del messaggio evangelico.

Alla fine, per un augurio ad Avvenire e al suo futuro, vorrei lasciare la parola a due figure molto diverse tra loro ma che ben s’adattano a una celebrazione non enfatica o rituale. La prima è una battuta, ripresa da molti nel motto 'Bibbia e giornale', del filosofo Hegel: «La preghiera del mattino dell’uomo moderno è la lettura del giornale. Ci permette di situarci quotidianamente nel nostro mondo storico». La seconda è la voce di papa Francesco risuonata durante l’incontro con tutta la comunità di Avvenire lo scorso 1° maggio: «Nessuno detti la vostra agenda tranne i poveri, gli ultimi, i sofferenti. Non ingrossate le fila di quanti corrono a raccontare quella parte di realtà che è già illuminata dai riflettori del mondo. Partite dalle periferie, consapevoli che non sono la fine, ma l’inizio della città».

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