mercoledì 9 maggio 2018
Fanno notizia per il diffondersi di comportamenti a rischio ma questo non deve indurre una lettura negativa
Adolescenti alla ricerca di adulti che educhino

Nelle ultime settimane molto si è scritto e si è detto sugli adolescenti, con una giusta preoccupazione in merito ai loro comportamenti violenti, di bullismo e di cyberbullismo. I fatti di cronaca di cui si sono resi protagonisti alcuni adolescenti devono certamente non solo interrogare ma anche attivare tutti gli adulti, tutta la comunità educante che viene sollecitata ad assumersi le responsabilità educative che le competono per accompagnare in un adeguato percorso di crescita le giovani generazioni. Sarebbe però rischioso pensare che quei fatti rappresentino la cifra di tutta le generazione degli adolescenti, coprire con una lettura negativa tutte le sfere dell’esistenza di tutti gli adolescenti, pensare che tutti gli adolescenti siano così.

L’universo adolescenziale è molto ricco e composito, e così come vi sono giovani che mettono in atto comportamenti socialmente e fisicamente rischiosi, patogeni, vi sono molti altri adolescenti che cercano quotidianamente di far fronte alle sfide evolutive poste dalla transizione all’età adulta vissuta in un contesto socioculturale non facile e non facilitante, molto spesso alle prese con adulti disorientati quanto o più di loro.

Sarebbe mortificante e ingiusto non prestare attenzione anche a questi adolescenti – la maggioranza di loro – alla ricerca di guide e di uno sguardo adulto attento anche ai loro bisogni. È a partire da questi presupposti che ha preso vita dallo scorso anno la ricerca «Generazione Z», promossa dall’Istituto Toniolo di Studi Superiori. Si tratta di una ricerca con un campione nazionale rappresentativo che si propone di seguire per un arco di tempo di 5 anni adolescenti tra i 14 ed i 19 anni iscritti a diversi tipi di scuole. L’esito della prima rilevazione, che ha visto coinvolte 36 scuole e circa 6.000 ragazzi e ragazze, è confluito nel volume Generazione Z. Guardare il mondo con fiducia e speranza a cura di Paola Bignardi, Elena Marta e Sara Alfieri, pubblicato dalla casa editrice Vita e Pensiero. L’approccio teorico alla base del lavoro è il Positive Youth Development, che si propone di guardare anche alle risorse e alla capacità degli adolescenti e non solo ai loro limiti o ai loro comportamenti a rischio o devianti. Inoltre, l’approccio focalizza l’attenzione anche su come i contesti di vita degli adolescenti – la famiglia, la scuola, l’oratorio, la società sportiva, l’associazione di volontariato, la compagnia teatrale... – possano sostenere e favorire lo sviluppo di queste potenzialità e competenze.

La ricerca ha messo in luce alcuni interessanti aspetti di questa generazione, i primi veri 'nativi digitali'. Per esempio, gli adolescenti che hanno partecipato alla ricerca si percepiscono capaci di comprendere e assumere la prospettiva dell’altro, di sviluppare empatia (su una scala da 1 a 5 il punteggio medio si attesta a 4,2), mentre si sentono un po’ più in difficoltà nell’acquisizione di competenze sociali, scolastiche e relative all’accettazione del proprio corpo, confermando le attese data la fase di vita che stanno attraversando (sempre su una scala da 1 a 5 il punteggio medio è pari a 3,2). Le ragazze più dei ragazzi si sentono capaci di relazioni di cura e del rispetto delle norme, i ragazzi più delle ragazze sono fiduciosi verso di sé e verso il mondo, si sentono competenti e capaci di avere buone relazioni. Si possono quindi delineare un profilo al femminile e uno al maschile, che in parte confermano dati di altre ricerche, e che mostrano come le ragazze siano più attente – o siano più educate – alla cura dell’altro e all’osservanza delle norme, ma rispetto ai coetanei maschi si sentano meno competenti e con una minor soddisfazione in merito alla qualità delle relazioni instaurate, forse a causa di una maggior capacità di lettura complessa delle realtà relazionali. R ispetto al mondo della scuola, gli adolescenti mostrano una visione mediamente positiva del loro impegno e del rapporto con gli insegnanti, mentre sembrano più in difficoltà nel mettere in atto una partecipazione più massiccia, critica e consapevole alla vita della comunità scolastica e nell’attivare un confronto sincero e approfondito con i compagni in merito ai temi civili, legati alla costruzione del bene comune e alla convivenza. È anche questa, come quella dei loro fratelli e delle loro sorelle maggiori, i Millennials, una generazione che fatica a mettere in atto processi partecipativi sia nella scuola sia nella comunità di vita più ampia. Impegnati nella regolazione delle distanze dalla famiglia e nella costruzione della propria identità, non riescono a percepire il contesto sociale come meritevole di impegno e luogo in cui vengono offerte opportunità di crescita. Sono ragazzi che hanno bisogno di comprendere il senso e il valore di ciò che fanno, affamati di modelli adulti con cui confrontarsi, desiderosi di essere ascoltati.

Non solo bulli o violenti, dunque, ma anche giovani uomini e donne in crescita, alla ricerca di un senso del vivere, alla ricerca di orientamenti valoriali. Alla ricerca di adulti che valorizzino i loro talenti ma che siano anche disposti a costruire con loro il mondo di domani, che li considerino un bene prezioso non da coccolare e proteggere come 'cuccioli d’oro' ma da far crescere come generazione. Per far questo la generazione adulta deve assumersi però la propria responsabilità, essere 'generativa' sino in fondo, trattando e gestendo situazioni critiche, patogene, ma anche mettendosi in ascolto, offrendo la possibilità a questi ragazzi e ragazze di costruire una sorta di bussola valoriale interiore e consentendo loro di innovare. Occorre rischiare oggi fiducia e speranza per avere domani cittadini capaci di fiducia e speranza.

professore ordinario di Psicologia sociale e di comunità nella Facoltà di Psicologia dell’Università Cattolica membro del Comitato scientifico dell’Osservatorio Giovani dell’Istituto Toniolo

LEGGI GLI ALTRI INTERVENTI

© Riproduzione riservata