martedì 14 novembre 2017

Molti Paesi dell’Unione Europea sembrano finalmente convinti di dover sviluppare una difesa comune o, comunque, di provare a muoversi in quella direzione. Nella giornata di ieri, infatti, i ministri di 23 Stati membri hanno sottoscritto una dichiarazione congiunta in merito alla “Pesco” (Cooperazione strutturata permanente in materia di Difesa). In linea generale, questa non può non essere accolta come una buona notizia. Il processo di integrazione europea negli ultimi anni è sembrato in affanno e un nuovo impegno su un tema cruciale come quello della difesa rappresenta un’occasione concreta di rilancio.

Messo da parte l’iniziale entusiasmo è, tuttavia, necessario esprimere un giudizio più strutturato evidenziando alcune criticità. A una lettura attenta, non è chiaro se le nuove capacità di difesa che potranno essere sviluppate andranno ad affiancare quelle esistenti a livello nazionale oppure a razionalizzarle riducendo l’impegno militare dei singoli Paesi. Lo scenario ideale, infatti, sarebbe quello in cui a una maggiore cooperazione in ambito europeo segua un impegno minore dei singoli Stati in termini di spesa e investimenti eliminando in questo modo inefficienze e duplicazioni.

Quello che, però, sembra venir fuori dalla lettura della dichiarazione congiunta e degli allegati è che le misure a favore di nuovi investimenti e nuovi programmi di ricerca si propongono non di sostituirsi agli impegni di spesa e di investimento nazionali, ma piuttosto di affiancarsi a essi. È inutile sottolineare che un approccio di questo tipo è certamente comprensibile – se non prevedibile – considerando la tradizionale ritrosia dei Paesi Ue a cooperare in maniera lungimirante sul tema della sicurezza. Per quanto prevedibile, però, esso prefigura una soluzione deludente. Con questa impostazione, il rischio è esattamente quello di favorire e accrescere il problema che ci si propone di risolvere, vale a dire la mancanza di efficienza nel mercato della difesa. In concreto, poi, la spesa militare potrebbe aumentare e non diminuire, e con essa il nocumento che le economie soffrono per questo in termini di crescita e sviluppo.

Nella dichiarazione congiunta, inoltre, non si fa riferimento alle problematiche in merito alla struttura proprietaria e agli obiettivi delle imprese produttrici di armamenti. Come è stato evidenziato più volte su queste pagine, nei Paesi europei risulta ancora vincente il modello dei “campioni nazionali” di proprietà pubblica in competizione tra loro. Immaginare una difesa comune senza una parallela integrazione dell’industria militare è impensabile in virtù del fatto che le imprese militari attualmente sono imprese orientate al profitto e quindi in alcuni casi non si può escludere che gli obiettivi dei manager possano trovarsi in contrasto con le esigenze strategiche e di sicurezza dei Paesi. Questo è particolarmente vero per le imprese quotate in Borsa. È chiaro che gli investitori sono alla ricerca del rendimento più elevato possibile e non di una maggiore sicurezza.

Questo può generare divergenze e confusione negli obiettivi che non possono che aumentare in presenza di una cooperazione rafforzata tra Paesi. Ci troveremmo infatti ad amplificare quella situazione paradossale in cui i governi si impegnano a elaborare strategie comuni in materia di difesa, ma le imprese “campioni nazionali” competono tra loro a livello globale per il perseguimento del più elevato profitto possibile minando – de facto – i risultati raggiunti e vanificando il possibile sviluppo virtuoso di questo nuovo percorso di integrazione. Per evitare che al passo in avanti compiuto seguano due passi indietro è quindi necessario che il tema dell’integrazione e della specificità dell’industria militare siano affrontati quanto prima al fine di contribuire alla produzione di quel bene pubblico globale chiamato Pace che, purtroppo, nel documento sottoscritto ieri non viene mai menzionato. Insomma: manca ancora l’orizzonte comune, e davvero profondo. Perciò questo primo passo è benvenuto, perciò non ci si può accontentare.

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