martedì 27 giugno 2017

La liquidazione delle banche venete rappresenta l’ennesimo (speriamo l’ultimo) episodio dell’onda lunga della crisi finanziaria globale. Tutti oggi si affrettano a cercare responsabilità e colpevoli, ma la storia è molto più lunga e complessa e non basta guardare a ieri e l’altro ieri. La crisi globale del 2007 porta immediatamente al dissesto molte banche europee (quelle con in pancia più derivati), ma non le italiane prevalentemente specializzate nel credito.

I salvataggi pubblici negli altri Paesi europei comportano esborsi ingenti da parte degli Stati, e dunque dei contribuenti. Perché i contribuenti devono pagare gli errori delle banche e perché le banche devono sentire una rete di protezione che le spinge a correre ogni rischio certe di essere comunque salvate? Per superare questi problemi e recidere il legame pericoloso tra crisi bancaria e crisi del debito pubblico si decide di riformare il sistema dei salvataggi passando dal bail-out al bail-in. Stabilendo, cioè, che nelle crisi bancarie venture sarebbero stati d’ora in poi i privati obbligazionisti e azionisti delle banche in dissesto a pagare.

Le crisi bancarie italiane arrivano tutte molto dopo perché la recessione dei sette anni successivi alla crisi finanziaria (la cui concausa è l’ostinazione delle politiche di austerità europee e la mancanza di meccanismi di aggiustamento per gli choc asimmetrici tra nord e sud Europa) le indebolisce pesantemente riempiendole di prestiti in sofferenza. E gli anelli più deboli della catena (le due venete, le quattro dell’Italia centrale, Mps) non reggono l’urto. Nel frattempo arrivano la Brexit, Trump e i populismi che, paradossalmente producono per noi un effetto positivo indebolendo le rigidità dei partner comunitari. Dopo il fallimento delle quattro banche dell’Italia centrale e le proteste sociali derivanti dall’effetto della rigida applicazione del bail-in che azzera anche la ricchezza dei piccoli risparmiatori, si tenta la via del salvataggio che per le banche venete però non funziona. Nonostante le perdite dei piccoli azionisti, la ricapitalizzazione a opera del fondo Atlante che raccoglie risorse degli altri attori bancari e la nuova gestione le due banche continuano a perdere. Per evitare altre emorragie si decide una soluzione drastica che è quella varata nel weekend. A Banca Intesa la parte sana, venduta al prezzo simbolico di un euro. La bad bank (con all’interno tutti i prestiti in sofferenza) allo Stato, che la paga sul mercato al valore delle sofferenze mettendo sul piatto circa 5,2 miliardi.

È la migliore delle soluzioni possibili? A questo punto sì, perché mette probabilmente la parola fine alla questione. Tentare la via della nazionalizzazione avrebbe aperto al rischio di cattiva gestione pubblica e future nuove perdite da coprire da parte dei contribuenti. Dare ancora fiducia al nuovo management avrebbe esposto ai rischi del perdurare dell’insuccesso ritardando nel tempo la soluzione ed aggravandone i costi. Chi si accolla le perdite a questo nuovo stadio? Soprattutto il fondo Atlante che aveva ricapitalizzato le due banche nel tentativo di salvarle, ovvero gli istituti finanziari che avevano prestato al fondo le loro risorse. E in parte i possessori di bond subordinati junior (quelli meno protetti). Non gli azionisti né gli obbligazionisti senior. Ed è prevista come già in passato la possibilità di rimborso per chi tra i possessori di obbligazioni subordinate dimostra di essere parte lesa, ovvero di essere stato raggirato sulle reali condizioni di rischio legate all’attività finanziaria al momento dell’acquisto.

La soluzione della crisi delle banche venete segna il 'terzo tempo' nella storia recente dei salvataggi bancari. Non più il bail-out puro e neppure il bail-in puro, ma il burden sharing (la condivisione degli oneri), ovvero una combinazione dei due. Per evitare due rischi opposti. Da una parte (in caso di bail-out puro) quello di un peso eccessivo sui contribuenti e l’azzardo morale per le banche, ovvero una loro eccessiva propensione al rischio sapendo che comunque lo Stato interverrà a salvarle. Dall’altra (in caso di bail-in puro) un peso eccessivo su azionisti e obbligazionisti della banca che riduce propensione e aumenta costo dell’investimento nella stessa generando eccessiva fragilità bancaria. E il rischio che nelle situazioni peggiori possano essere i correntisti per la parte di deposito sopra i 100mila euro a pagare.

La storia delle crisi bancarie e finanziarie insegna che, in momenti critici come questi, non esistono soluzioni perfette e bisogna trovare rapidamente il male minore evitando il contagio e l’estensione della ferita a parti sane del sistema socioeconomico. Con un po’ di buon senso in Italia e in Europa, questo è possibile. E da qualche tempo il buon senso pare essere aumentato. Chissà se un giorno non dovremmo ringraziare la Brexit per essere stata la 'cura omeopatica' di due mali: il populismo e le ossessioni e le fobie rigoriste all’interno dell’Unione Europea.

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