Trump ci ripensa: in Iran le esecuzioni stanno cessando, nessun attacco
di Angela Napoletano e Francesco Palmas
Attivate le misure missilistiche della base militare americana in Qatar, anche la Farnesina richiama in patria i connazionali. il dietrofront a sorpresa del presidente americano

Turchia, Arabia Saudita, Oman ed Emirati Arabi Uniti stanno facendo il possibile, dietro le quinte della diplomazia, per evitare un intervento militare degli Stati Uniti in Iran, su cui in serata è lo stesso Trump a frenare: «Siamo stati informati in modo piuttosto forte che le esecuzioni si stanno fermando». La cifra che caratterizza il diciannovesimo giorno di proteste a Teheran resta comunque l’alta tensione. Come avvenne a giugno, alla vigilia dei raid Usa sulle infrastrutture nucleari iraniani, quelli che segnarono l’inizio della guerra dei dodici giorni, una parte del personale (anche britannico) della base aerea statunitense di al-Udeid, in Qatar, la più grande “a stelle e strisce” in Medio Oriente, è stata incoraggiata a lasciare la struttura «per precauzione». Poco dopo, sono stati attivati i sistemi di difesa anti-missilistica.
L’Iran, lo ricordiamo, lanciò missili contro al-Udeid in rappresaglia agli attacchi statunitensi del 22 giungo. «E potrebbe farlo ancora», ha avvertito Ali Shamkhani, uno dei principali consiglieri dell’ayatollah Ali Khamenei. Ma la storia insegna che Teheran, se messa alle strette, potrebbe colpire anche altrove nella regione innescando quella che i Paesi amici dell’Iran già bollano come «una guerra su vasta scala». Dal Libano, per esempio, i terroristi di Hezbollah non hanno escluso azioni militari a sostegno di Teheran.
Secondo Reuters l’attacco americano, se ci sarà, avverrà entro domani sera. Circostanza avvalorata dalla sospensione delle comunicazioni dirette tra il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, e l’inviato speciale americano Steve Witkoff che lo scorso fine settimana ha incontrato segretamente in Florida il principe ereditario iraniano in esilio, Reza Pahlavi. Tutto dipende da quello che deciderà di fare il presidente Trump che martedì aveva mandato un messaggio di rassicurazione ai «patrioti iraniani» in rivolta contro il regime: «Gli aiuti – ha tuonato – stanno arrivando». Il tycoon aveva promesso che sarebbe intervenuto «con un’azione molto forte» se il governo di Teheran avesse cominciato le esecuzioni capitali dei manifestanti arrestati. Le autorità iraniane hanno prima rilanciato la sfida dicendo che avrebbero accelerato i tempi delle prime impiccagioni. «Se vogliamo fare qualcosa, dobbiamo farlo ora, in fretta», ha dichiarato il capo della magistratura iraniana, Gholamhossein Mohseni-Ejei. Parole che hanno messo in allerta le Ong convinte che la situazione sarebbe degenerata in un vortice di processi rapidi ed esecuzioni arbitrarie. Poi, però, è arrivata la notizia della sospensione della condanna a morte di Erfan Soltani, arrestato l’8 gennaio, che sarebbe dovuta avvenire oggi. Il tycoon, più tardi, ha annunciato: «Non c’è più alcun piano di esecuzione». Un segnale di distensione? Troppo presto per dirlo. Trump stesso ha messo le mani avanti: «Sarei molto deluso se non fosse così».
Intanto, il comandante Mohammad Pakpour, riferendosi a Usa e Israele, è tornato a minacciare: «Siamo pronti a rispondere ai nostri nemici. Sono loro gli assassini della gioventù iraniana». Mentre la politica fa il suo corso, nel Paese procede la conta delle vittime e degli arresti. Secondo la Human Rights Activist New Agency il bilancio dei morti identificati è di 2.571 persone. Numeri falsi, ha sottolineato il Teheran Times, perché «diffusi dagli agenti del Mossad» ovvero dai servizi segreti israeliani. La portata reale della mattanza in corso è un rebus considerato che, solo nella notte tra l’8 e il 9 gennaio, a perdere la vita nelle rivolte sarebbero stati, così ha contato Iran International, almeno 12mila persone. Le poche immagini verificate che riescono a bucare il blocco delle comunicazioni raccontano di obitori improvvisati nelle strade della capitale. Di centinaia di corpi avvolti nei sacchi neri di plastica identificati da un’etichetta a ricordarne le generalità. Su alcuni è chiaramente leggibile: «Anno di nascita, 2009». Il torace che fuoriesce dal sacco di un uomo sembra essere stato trivellato da almeno 25 proiettili. Tra i cadaveri si aggirano persone in cerca dei propri cari. Molte famiglie, così raccontano alcuni testimoni, vengono minacciate dai pasdaran per rinunciare alla restituzione dei corpi senza vita dei loro parenti perché già sepolti chissà dove. Altre sono costrette a organizzare funerali veloci e solo privati, dopo aver pagato il prezzo dei proiettili che li hanno uccisi. Non fanno meno orrore i numeri degli arresti: almeno 18.137. Non tutti però restano. Decine di famiglie si sono messe in viaggio verso la provincia turca di Van attraverso il valico di Kapikoy. Dalla Farnesina, l’appello ai 500 italiani in Iran: «Chi può, lasci il Paese».
Quali sono i possibili obiettivi dell'attacco Usa?
Ma quali sono i possibili obiettivi dell'intervento iraniano? In mancanza dell'ordine di attacco e di un dispositivo di forze preciso, pronto all’azione nell’area, l’eventuale supporto statunitense ai rivoluzionari iraniani, per dare un contributo al rovesciamento del regime degli ayatollah, potrebbe configurarsi con un insieme di attacchi cibernetici, elettronici, cinetici e di forze speciali. Ma gli eventuali raid missilistici americani, dall’aria e dal mare, potrebbero puntare innanzitutto contro le sedi del potere centrale a Teheran, degli apparati repressivi dei pasdaran, dei paramilitari basij e del sistema di sicurezza interno, tutti coinvolti nel bagno di sangue a danno dei rivoltosi.
Non è ben chiaro se sarebbero prese di mira anche le basi missilistiche della componente aerea dei pasdaran. Il quartier generale di Teheran rappresenterebbe il bersaglio numero uno: è il vertice, anche politico-militare, ma la struttura è molto decentrata. Dispone infatti di una pluralità di unità militari repressive regionali, in parte autonome nell’operare, avvalendosi per lo più di personale nativo dell’area di assegnazione. L’ordito è concepito in teoria per poter continuare a funzionare anche in caso di invasione del Paese o di decapitazione della leadership ed è configurato per fornire un elemento di comando e controllo a miliziani irregolari.
A seconda delle opzioni, della complessità e della durata dei raid potrebbe essere colpita l’infrastruttura energetica, concentrata prevalentemente nel sud-ovest e nel polo di riesportazione dell’isola di Kharg, da cui fluisce il 90% dell’export iraniano di idrocarburi.
Ci sono poi le sedi della compagnia Khatam al-Anbiya che gestisce gran parte dei progetti infrastrutturali del Paese, sotto sanzioni del Tesoro statunitense, dell’Unione Europea e delle Nazioni Unite, perché perno dell’autofinanziamento dei pasdaran e di parte dei proventi del programma atomico, dello sviluppo missilistico e delle attività terroristiche del regime.
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