Il docente: «Il popolo iraniano ha bisogno di aiuto, questo è il momento»

Abdolmohammadi, professore a Trento e a Berkeley: «Decisivo se nelle forze armate si aprisse una frattura che faccia crollare il regime»
January 14, 2026
Il docente: «Il popolo iraniano ha bisogno di aiuto, questo è il momento»
Manifestazione anti regime a Londra. Il cartello recita: il popolo iraniano vuole un cambio di regime / EPA/ANDY RAIN
«È in atto una rivoluzione patriottica nazionale». A dirlo scandendo le parole è Pejman Abdolmohammadi, docente di Relazioni internazionali in Medio Oriente all’università di Trento e visiting professor a Berkeley, italo-iraniano.
Che cosa c’è di diverso nelle proteste del popolo iraniano di questi giorni rispetto al passato, professore?
L’intensità. Si tratta di una rivolta che coinvolge centinaia di città, in modo continuativo. Non siamo in grado di dire fino a che punto estesa e pervasiva perché siamo di fronte a una piena violazione del diritto internazionale: il regime ha bloccato telefoni e internet tagliando fuori dal mondo il Paese. Grazie a Starlink e a qualche linea telefonica aperta a singhiozzo abbiamo dei video, delle informazioni. Io vorrei che non fossero veri i report che – a fatica – arrivano da dentro l’Iran, ma ritengo siano verosimili: gli eroi della libertà potrebbero essere 12mila.
La scintilla delle proteste è stata innescata dai commercianti del bazar di Teheran. Ma le motivazioni vanno oltre la débâcle economica.
Quella economica è una delle variabili. La repressione è spietata perché il 90 per cento degli iraniani non vuole la Repubblica islamica. Stanno pagando con la vita, ma vogliono la libertà.
Come fa il regime ad avere ancora gli artigli piantati nel corpo dell’Iran, nonostante un dissenso così esteso?
Perché fino a questo momento le forze di sicurezza nel loro insieme stanno resistendo e reprimendo. Per tutti i regimi, il momento decisivo è quando nell’apparato militare iniziano a esserci fratture e frizioni. Questo potrebbe capitare se si verificassero due eventualità: la prima è il perdurare delle proteste di massa in corso, con un prezzo di vite spezzate inedito. Per intenderci, nel 2019 ne uccisero 1.500. E allora, non è da escludere che la parte per così dire “sana” delle forze armate, quella che aspetta il momento giusto per aiutare la popolazione, faccia crollare il regime.
La seconda ha a che fare con l’esterno del Paese, possiamo immaginare.
Sì e non sono le pressioni “a parole” che permetteranno ai salvatori dell’Iran di vincere. La popolazione iraniana vuole l’aiuto statunitense, vuole un’alleanza che serva a sconfiggere il regime. Non considererebbe come un atto di colonialismo un aiuto concreto. C’è bisogno di un intervento per indebolire la macchina della repressione, in modo che poi le forze sane dell’esercito entrino in azione.
Quindi, un intervento armato da parte degli Stati Uniti non rischierebbe a suo giudizio di ricompattare la nazione intorno agli ayatollah?
Ricompattarsi intorno a chi li sta massacrando? Assolutamente no. In Europa, qui in Italia, l’anti-americanismo a tutti i costi sta influenzando l’interpretazione di questa crisi. Stiamo parlando di un popolo che lotta per la libertà e si sta facendo uccidere. Svegliamoci. Siamo realisti. Non mi sembra che qualcuno si sia scandalizzato per il colonialismo cinese in Iran, ormai in atto da decenni. Il presidente del primo attore internazionale dichiara di essere dalla parte della popolazione iraniana: non era mai successo, non lo fecero Bush, Obama, Biden. Nessuno. Che cosa devono fare di più di così gli iraniani? Sono in piazza ogni giorno da oltre due settimane contro un regime armato fino ai denti. La volontà di essere liberi l’hanno dimostrata, adesso hanno bisogno di aiuto...
Quale ruolo potrebbe avere il principe Reza Pahlavi in uno scenario transitorio?
La piazza è intelligente e sa che per la transizione ci vogliono figure simboliche, rappresentative. Quella del principe, che è stato contattato dagli iraniani all’estero, potrebbe funzionare come pezzo di un puzzle complesso. Sarebbe un traghettatore insieme a elementi interni all’Iran. Lui rappresenta una memoria collettiva.
I giovani e l’era pre-rivoluzionaria: qual è l’atteggiamento diffuso?
Una sorta di mitizzazione. Avendo vissuto solo sotto il regime islamico, i giovani hanno un’impostazione revisionista, una simpatia per la figura dello scià. Non a caso, si trovano migliaia di meme o immagini create con l’intelligenza artificiale. In cui lo scià o il figlio si schierano come scudo fra i cittadini in piazza e i loro carnefici. Il mio non è un giudizio di valore: a torto o a ragione, questa massa di iraniani al di sotto dei 40 anni considera positivamente lo scià, anche perché non volle reprimere la rivolta del 1979. Scelse di non gettare il Paese nella guerra civile e andò via. I morti allora furono 600.
Quale futuro per l’Iran?
Dovesse cadere la Repubblica islamica, certamente un futuro democratico.

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