martedì 9 maggio 2023
L'impegno del vescovo-pellegrino Maksym Ryabukha per raggiungere i fedeli del Donbass sulla linea del fuoco. «In due terzi della diocesi non posso entrare perché in mano ai russi»
Il vescovo Maksym Ryabukha fra i fedeli del Donbass

Il vescovo Maksym Ryabukha fra i fedeli del Donbass - Gambassi

COMMENTA E CONDIVIDI

«Sono pastore di una delle diocesi dell’Ucraina più toccate dalle ferite e dalla follia della guerra». Bastano i numeri per confermare quello che dice il vescovo Maksym Ryabukha e raccontare il dramma di una Chiesa sotto assedio. Due terzi dell’esarcato greco-cattolico di Donetsk, di cui monsignor Ryabukha è ausiliare, è occupato dall’esercito russo; la parte libera corre lungo il fronte e comprende le località che sono oggi gli epicentri dei combattimenti: da Bakhmut ad Avdiivka; nessun prete cattolico è rimasto nei territori controllati dalle truppe del Cremlino; due sacerdoti redentoristi sono nelle mani dei militari di Mosca da quasi sei mesi, arrestati a novembre nella città di Berdyansk sul mare d’Azov. E per il presule è vietato entrare nel segmento della diocesi che i russi hanno invaso. Compresa la città del Donbass che dà il nome all’esarcato dove si trovano la Cattedrale e la sede della Curia che per monsignor Ryabukha sono off limits.

Il vescovo Maksym Ryabukha nella parrocchia di Pokrovsk, ultima porta ucraina in direzione di Donetsk

Il vescovo Maksym Ryabukha nella parrocchia di Pokrovsk, ultima porta ucraina in direzione di Donetsk - Gambassi

«Qui la guerra fa sentire tutta la sua intensità e il suo orrore», spiega il vescovo. «Nei territori occupati - prosegue - siamo di fronte a un gregge smarrito. La nostra gente è senza guide spirituali e si sente orfana. La mancanza dei sacramenti è un ulteriore motivo di sofferenza che si aggiunge al terrore e al supplizio vissuti sulla propria pelle a causa dell’aggressione russa. I parroci che sono stati costretti a fuggire o sono stati cacciati dagli occupanti mantengono contatti con le comunità. Ma, dal momento che la popolazione è sottoposta a una vigilanza strettissima, ogni messaggio inviato può rappresentare un pericolo per chi è rimasto».

Il vescovo Maksym Ryabukha nella parrocchia greco-cattolica di Pokrovsk

Il vescovo Maksym Ryabukha nella parrocchia greco-cattolica di Pokrovsk - Gambassi

Nelle zone in tutto e per tutto ucraine le urgenze rimangono l’accoglienza degli sfollati e il bisogno di aiuti umanitari. «Come Chiesa siamo chiamati a sostenere i più fragili su cui grava il peso dell’invasione e delle bombe». Poi racconta: «Quando un profugo viene a sapere che la propria casa è stata distrutta o requisita dai russi, è come se gli venisse rubata una fetta della vita». Ma si prova anche a far ripartire le attività ecclesiali. «Il conflitto non mette in pausa la vita - afferma il vescovo -. Non possiamo cedere allo scoramento. Abbiamo ripreso gli incontri, i corsi di formazione, persino i pellegrinaggi come quello a Medjugorje delle scorse settimane dove la maggioranza dei fedeli, in massima parte donne a causa della legge marziale, era costituita da evacuati della città occupata di Melitopol».

Il vescovo Maksym Ryabukha nella parrocchia greco-cattolica di Kramatorsk

Il vescovo Maksym Ryabukha nella parrocchia greco-cattolica di Kramatorsk - Gambassi

Vescovo da dicembre, 42 anni, monsignor Ryabukha ha scelto Zaporizhzhia per abitare. «Perché è la città dove mi è concesso di risiedere più vicina a Donetsk», dice. E in poco più di tre mesi ha percorso 15mila chilometri in auto per andare a visitare le parrocchie anche degli angoli più a rischio e per celebrare la Messa fra i soldati in trincea. «C’è bisogno di portare l’abbraccio paterno di Dio in mezzo al popolo che il Signore mi ha affidato: siano civili, siano militari», sottolinea il presule. Senza tenere conto dei numeri. A Kramatorsk, trenta chilometri dalla linea di fuoco, erano tredici i fedeli in chiesa durante la sua visita; a Pokrovsk, ultima porta ucraina in direzione di Donetsk, trenta i partecipanti alle due giornate di ritiro spirituale che il vescovo ha predicato.

Il vescovo Maksym Ryabukha con un bambino del Donbass nella casa di famiglia

Il vescovo Maksym Ryabukha con un bambino del Donbass nella casa di famiglia - Gambassi

«Alla mia gente ricordo sempre che nessun male può spaventarci se crediamo veramente che Cristo è risorto. Dio non si stupisce della cattiveria umana. Certo, in questo anno di guerra abbiamo toccato con mano quanta oscurità c’è attorno a noi e quanta violenza può opprimere il cuore. Tutto ciò sembra renderci impotenti. Ma il Signore ci ripete che la vita ha sconfitto la morte. Accadrà anche nel nostro martoriato Paese».


© Riproduzione riservata
COMMENTA E CONDIVIDI