mercoledì 5 agosto 2009
Il superiore domenicano Channan: basta la minima accusa, pur infondata, per rovinare un’esistenza
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Padre James Chan­nan, superiore della vice- provincia do­menicana del Pakistan è un attivo fautore del dialogo interreligioso ma anche dei diritti delle minoranze. Possiamo parlare di perse­cuzione religiosa oppure di atti criminali che hanno nella fede solo un pretesto? Gli atti di terrorismo e di persecuzione contro i cri­stiani sono stati fatti in no­me della religione, a parti­re dalla falsa accusa di ave­re dissacrato il Corano. Va sottolineato che le Leggi contro la blasfemia, in par­ticolare gli articoli 295B e 295C del Codice penale prevedono la pena di mor­te obbligatoria per chi pro­fani il nome di Maometto o dissacri il Corano. Se qualcuno viene accusato di tali delitti, la sua morte è certa. Magari per mano di una folla inferocita oppu­re, nei casi in cui venga ri­conosciuto innocente dai giudici, deve abbandonare il suo Paese perché la sua vita sarà sempre a rischio. Va detto che attualmente sono più numerosi i mu­sulmani in carcere per que­sti reati, circa 400, che i cri­stiani. Il problema è che nel caso dei cristiani è l’intera comunità a finire nel miri­no se qualcuno viene de­nunciato, e la distruzione come le violenze riguarda­no l’interna comunità. Che cosa è possibile fare in queste condizioni? Ormai la mi­sura è colma. I cristiani del Pakistan chie­dono la can­cellazione delle due nor­me antibla­sfemia che il governo sa essere la cau­sa principale di incidenti come quelli dei giorni scor­si. Oltre ai tre giorni di lut­to proclamati dai vescovi cattolici e protestanti, ab­biamo chiuso le scuole per lo stesso periodo. In diver­se città, tra cui Lahore, I­slamabad, Rawalpindi, Fai­salabad, Karachi, Multan, Bahawalpur e Sargodha, i cristiani hanno protestato contro le aggressioni e han­no chiesto che sia fatto giu­stizia, ma anche una mag­giore sicurezza per le pro­prie vite e per i propri be­ni. Abbiamo avuto il conforto di leader musul­mani, tra cui Maulana Ab­dul Khabir Azad, Gran I­mam della Moschea Bad­shahi di Lahore, che ha condannato gli attacchi, vi­sti come una cospirazione tesa a creare tensione tre le comunità e far fallire le e­sperienze di dialogo, forse come espressione locale di una più ampia e delibera­ta volontà di creare una frattura insanabile tra I­slam e cristianesimo nel mondo. I cristiani accusano le au­torità di ritardi e inadem­pienze... Possiamo quanto meno considerare inappropriato che la polizia di Gojra e le altre forze di sicurezza non siano intervenute per pre­venire gli incidenti. Il go­verno del Punjab ha man­dato paramilitari la sera del primo agosto, quando tut­to era già finito, quando tutte le case cristiane erano state devastate e sette miei correligionari di una sola famiglia erano morti bru­ciati vivi a causa della loro fede. Ci riempie di tristez­za vedere la riluttanza con cui le autorità hanno stila­to i rapporto sugli inciden­ti. Ci sono volute 9 ore di protesta e l’intervento del primo ministro del Punjab, Shahbaz Sharif, e di altre autorità, oltre che del ve­scovo di Faisalabad, Joseph Coutts, e del vescovo John Samuel, della Chiesa del Pakistan ( protestante). A forzare la mano anche le bare con le vittime messe sui binari e la minaccia di non procedere alla sepol­tura se non dopo un rego­lare rapporto. Si può im­maginare, se questi sono stati i problemi davanti a fatti così gravi, quali siano le difficoltà che abitual­mente i cristiani incontra­no per avere giustizia.
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