sabato 30 ottobre 2010
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«Darkness at the break of noon», buio allo scoccare di mezzogiorno, cantava Bob Dylan, che qui era di casa. La main street alle undici del mattino è deserta. I negozi per metà sono chiusi, i passanti sono rari. La diresti una città fantasma, e un po’ ti induce a pensarlo quel mazzo di giornali abbandonati sul marciapiede che sbatacchiano al vento teso e nervoso dei Grandi Laghi, il cui titolo dice tutto, o quasi: «Hussein Obama è spacciato». Benvenuti a Hibbing, Minnesota, profondo nord, città della prima infanzia di Dylan e ora avamposto della grande crisi di fiducia che attraversa l’America dal Pacifico al Midwest e che colpisce al cuore quell’elettorato che con il giovane candidato di Chicago solo due anni fa aveva gridato «Yes we can».Quell’America che ora lo chiama «Hussein» ogni volta che lo nomina e che gli dà del fallito – «cactus» – malignando sul fatto che forse è musulmano, forse no, ma che importa, il 32% degli americani crede davvero che il primo presidente nero sia amico della jihad islamica e trami per vendere la nazione agli arabi e trasformarla in un ghetto socialista e islamico.Sei anni fa esatti passammo da queste parti. Il Minnesota era uno “swinging state”, uno Stato in bilico fra il presidente in carica George W.Bush e l’incolore John Kerry. Alla fine scelse il “social conservatism”, quel «caritatismo compassionevole» proprio degli americani bianchi e benestanti, perennemente diffidenti nei confronti dei democratici. Bush dominò per la seconda volta. «E vincerebbe anche una terza, se potesse – conferma l’ingegner Malcom Roarthy, che ripeschiamo nei suoi campi di avena a sud di Minneapolis, città di «A prairie home companion», la fortunata trasmissione radiofonica di Garrison Keillor raccontata da Robert Altman, intatto nel suo credo conservatore – vista la brutta figura che Obama ha fatto in questi due anni».Inutile cercare i simpatizzanti del Tea Party a Duluth, a St Paul, sulle rive del Lake Superior: «Lo eravamo già dieci anni fa – ammette Roarthy – solo che adesso la Palin ha dato un nome a questi sentimenti…». Tira una brutta aria per il presidente in queste elezioni di medio termine. E la scena non cambia quando ci spostiamo a Chicago, dove Obama trionfò quella notte di novembre del 2008 in cui un milione di persone si riversò felice e piena di speranza nel Millennium Park, ora inondato di sole e affollato di turisti, ma con il morso sottile di una crisi che proprio qui, sul Magnificent Mile – la lunga e scintillante Michigan Avenue che scavalca il fiume e fa da biglietto da visita per la più americana delle città d’America – s’intravede nel numero sorprendentemente aumentato di homeless, i senza casa di cui il Paese intero abbonda, con quel quel suo 9,6% di tasso di disoccupazione ufficiale e l’altrettanto conclamato impoverimento della classe media. E poco importa che i repubblicani promettano un taglio delle tasse al 2% più ricco del Paese, ovvero a quei contribuenti che guadagnano oltre 250mila dollari all’anno: a seguirli sarà – così affermano tutti i sondaggi che danno per persa la Camera dei rappresentanti e forse anche il Senato – proprio quella grande massa di neopoveri delusa dalle riforme di Obama, e di piccoli e grandi imprenditori, professionisti, commercianti, che ora quasi applaudono alle “grizzly moms”, le mamme-orso che un tempo sbeffeggiavano e che oggi si mettono di traverso e chiedono un’America più sicura, meno solidale, più protettiva e dove soprattutto lo Stato sia il più possibile assente.E se occorreva una prova lampante di questo cambio di registro, la troviamo a New York, nelle parole di Stefano Terzi, da molti anni cittadino americano, proprietario di ristoranti e di immobili, fino a ieri elettore democratico. «Dico la verità, mi sono iscritto alle liste come indipendente. Perché un po’ tutto sommato mi secca far sapere che voterò repubblicano. Ma io per la prima volta voterò repubblicano. Perché? Perché il governo ha fatto una marea di errori. Con gli “small business” per cominciare. Il mio è uno “small business”, ho cinquanta dipendenti, troppi perché le banche mi vengano in aiuto, troppo pochi perché il governo federale mi riconosca uno stato di necessità. Alle grandi banche però Obama i soldi li ha dati. Miliardi di dollari. A noi piccoli imprenditori invece tocca il nuovo regime, la grande riforma sanitaria e assistenziale, secondo cui io dovrei pagare la metà dei contributi ai miei dipendenti in cambio di un piccolo aggiustamento fiscale. Cosa farò? Ne licenzierò una decina, perché non posso permettermi questo esborso. Altrimenti dovrei chiudere».Schizofrenia americana: l’era Bush-figlio ha provocato il più colossale deficit della storia del Paese (482 miliardi di dollari nel 2008), il più scandaloso taglio alle tasse in favore dei ricchi (su 1,35 trilioni di dollari, un terzo esatto dei tagli ha beneficiato quell’1% di contribuenti multimilionari) e – non solo per colpa sua – inaugurato la lunga stagione della recessione, laddove Clinton, che le tasse le tagliava all’altro 99% di americani, aveva prodotto un surplus di bilancio e milioni di nuovi posti di lavoro. Ma per la vasta provincia americana la delusione nei confronti di Obama è troppo forte e sarà proprio quella sterminata palude dell’ex middle class a voltargli le spalle. «Obama alle corde», martella Usa Today, il più diffuso quotidiano nazionale. «A volte evito di leggere il New York Times per un’intera settimana – confessa Daniele Kucera, sloveno emigrato a Manhattan – perché la politica mi fa arrabbiare e il governo ha fatto un sacco di sciocchezze. Certo, rivoterò democratico, ma quanti miei amici non andranno a votare, quanti cambieranno idea?». Parla così, perfino nella democratica New York , il ventre borbottante del Paese. Che forse non ha dato il giusto tempo a Obama per vedere concretamente gli effetti virtuosi della sua riforma sanitaria, degli incentivi all’economia, dell’energia verde, ma viceversa ringhia malevolo sul lupo famelico della disoccupazione, sui banchieri che hanno ripreso come prima e più di prima a macinare surplus e premi milionari, sull’invadenza dello Stato federale. Un borbottio che a giorni si trasformerà in un voto sui primi due anni del presidente nero.
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