lunedì 13 luglio 2009
Nella capitale della regione turcofona Urumqui la polizia ha sparato sui dimostranti: 2 gli uighuri uccisi. Il governo di Pechino accusa: proteste orchestrate dall'estero.
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Riesplode la violenza a Urumqi, capitale dello Xinjiang, epicentro nei giorni scorsi dei peggiori scontri interetnici degli ultimi decenni in Cina.Due uiguri sono stati uccisi dalla polizia e un altro gravemente ferito da colpi d'arma da fuoco; e la situazione, che stava lentamente rientrando nella normalità, torna a diventare tesa nella regione, teatro la scorsa settimana di scontri costati la vita a 184 persone. Secondo il governo della regione autonoma uigura dello Xinjiang, i tre stavano stavano cercando di aggredire un altro uiguro, quando la polizia è intervenuta. Non è chiaro se l'incidente sia da mettere in relazione con quanto successo il 5 luglio, ma poco prima alcuni testimoni avevano riferito di aver sentito colpi d'arma da fuoco e visto gente fuggire dalla zona. Intanto la città continua a essere presidiata da centinaia di agenti e il governo locale ha stretto ulteriormente la morsa. Dopo che sabato il Bureau di Sicurezza Pubblica della capitale dello Xinjiang aveva proibito marce, manifestazioni e assemblee pubbliche, domenica la polizia ha annunciato nuovelimitazioni per mantenere l'ordine pubblico: divieto di portare coltelli e bastoni in strada; divieto di usare slogan, innalzare cartelli o far circolare manifestini. Secondo il governo, negli scontri scoppiati a Urumqi lo scorso 5 luglio sono morte 184 persone (137 han, l'etnia maggioritaria tra la popolazione di 1,3 miliardi di persone, e 46 uiguri) e 1.680 sono rimaste ferite; e dei feriti, 74 continuano ad essere in condizioni molto gravi. Ma per gli uiguri, la popolazione turcofona di religione islamica che abita lo Xinjiang, il bilancio delle vittime sarebbe molto più elevato. Intanto, mentre i media ufficiali insistono nel sostenere che le dimostrazioni a colpi di uova, bombe molotov e pietre contro i consolati e le ambasciate cinesi in Europa e negli Stati Uniti sono una prova che i disordini nello Xinjiang sono stati orchestrati, Pechino potrebbe essere costretta a rivedere le sue strategie di lungo respiro. Il governo cinese non intende mollare la presa sulla vasta regione -al confine di Russia, Mongolia, Kazakhstan, Kyrgyzstan, Tajikistan, Afghanistan, Pakistan e India e ricca di risorse petrolifere ed economiche- ma potrebe essere costretta ad assumere il problema delle minoranze come prioritario per la sopravvivenza del Paese.
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