martedì 19 settembre 2023
A ormai cento giorni dall'inizio della controffensiva di Kiev è arrivato il momento dei bilanci e dei possibili scenari
Vera Chernukha, 73 anni, è l'ultima abitante rimasta a Dementievka, vicino a Kharkiv

Vera Chernukha, 73 anni, è l'ultima abitante rimasta a Dementievka, vicino a Kharkiv - Ansa

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A ormai cento giorni dall'inizio della controffensiva di Kiev è arrivato il momento dei bilanci e dei possibili scenari. E sui costi esorbitanti, materiali e soprattutto umani, della resistenza dell'Ucraina all'aggressione russa non si dirà mai abbastanza. Adesso però si tratta di vedere, con onestà intellettuale e spirito di riflessione, qual è la situazione sul campo e, in funzione di essa, quale scenario politico si sta delineando. Il primo dei dati di natura militare è che la controffensiva non ha avuto successo. La rottura della linea difensiva allestita dai russi durante l'inverno scorso non è avvenuta e l'avanzata delle forze ucraine è minima, limitata a piccoli tratti di territorio per lo più nella terra di nessuno e bilanciata da corrispondenti attacchi di alleggerimento da parte russa.
Se mai il piano ucraino era quello di tagliare la continuità dell'esercito invasore all'altezza di Melitopol e da lì raggiungere il Mar d’Azov, a tutt'oggi esso è fallito.
Alcuni analisti giudicano inspiegabile la tattica seguita dagli ucraini di non concentrare le forze in un unico grande attacco, privilegiando invece una serie di attacchi lungo un fronte lungo centinaia di chilometri. In realtà, sebbene questo prevedano tanto la dottrina militare classica quanto le linee guida della Nato, la reticenza dei comandi ucraini è da spiegare con la consapevolezza della scarsità delle risorse (e quindi della valenza catastrofica di un loro sacrificio) soprattutto per quanto riguarda i combattenti. La risorsa più preziosa, di tutte, quella umana, manca a Volodymyr Zelensky, assai più delle armi e delle munizioni su cui il presidente ucraino è solito insistere con i paesi occidentali. Il maggiore dei problemi dell'Ucraina è di natura demografica. Da un lato l'indispensabile retroterra costituito dalla popolazione in generale che, già inferiore a quello russo in un rapporto di 1 a 3, con la guerra e i connessi spostamenti biblici, si è drammaticamente depauperato. Dall'altro il numero delle vittime – svariate decine di migliaia di morti e di feriti, al di là della ridda delle cifre – fa sì che, ad un certo momento, Kiev non avrà più uomini da schierare.
Questo è il motivo principale a causa del quale il prolungarsi della guerra non favorisce l'Ucraina nel medio termine. Nel breve c'è da considerare l'arrivo imminente del Generale Inverno. Soltanto 5-6 settimane separano le forze in campo dall'inizio della brutta stagione, quando le manovre verranno rese difficili o impossibili dal terreno motoso che impantana uomini e mezzi. Tale aspetto favorisce l'esercito che si difende rispetto a quello che attacca. Questo fattore contingente non è che l'ultimo di una serie di fattori strutturali che già favoriscono le forze russe: dall'assenza di quella preponderanza numerica doppia o tripla che gli attaccanti dovrebbero avere rispetto ai difensori, alla stessa tradizione storica dei russi, poco agili nei blitz (come ha confermato la mancata presa di Kiev) ma rocciosi nell'attestarsi nelle posizioni difensive. E non apriamo qui il capitolo relativo al dubbio effetto delle sanzioni sull'economia russa e a quello, altrettanto dubbio, dell'isolamento politico di Putin che si sarebbe dovuto determinare a livello internazionale. Sfortunatamente per gli aggrediti, per noi europei e in definitiva per tutto il mondo, un'occasione storica per intraprendere la via di un negoziato di pace è andata perduta nella primavera del 2022, quando la “operazione militare speciale” era visibilmente fallita e Zelensky (all’epoca aperto a sacrifici pur dolorosi come la Crimea) appariva ed era politicamente il vincitore.
Presidente dell’Istituto di ricerche
internazionali Archivio disarmo

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