venerdì 29 gennaio 2021
Dal decennale a gennaio della caduta di Ben Ali, il Paese è paralizzato dagli scontri e dai cortei per la crisi economica. Pacco, forse contenente ricina, recapitato al presidente Saïed
Le proteste nella zona del Parlamento a Tunisi

Le proteste nella zona del Parlamento a Tunisi - Ansa

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Il clima politico e sociale tunisino, nelle ultime settimane andato via via deteriorandosi, rischia di incendiarsi oltre ogni previsione. Ieri la Procura di Tunisi ha aperto un’inchiesta su di un pacco recapitato la sera precedente al presidente della Repubblica Kaïs Saïed e contenente, secondo alcuni media tra cui Webdo.tn, una sostanza tossica, forse ricina, proteina potenzialmente letale per l’uomo. Fonti della presidenza hanno riferito che il pacco è stato aperto da un impiegato del palazzo di Cartagine, che ha avvertito mal di testa e disturbi alla vista. Per completezza di cronaca, si ricordi che nel marzo del 2019 i servizi segreti tunisini sventarono un articolato piano terroristico contro giornalisti e politici di primo piano mediante lettere recanti veleno in polvere. Il ministero degli Interni non ha mai reso noti gli esiti delle indagini. Il contesto in cui si inserisce, oggi, il presunto “attacco” a Saïed – lo si potrà definire tale solo se nelle prossime ore gli inquirenti confermeranno la pericolosità della sostanza – è quello di uno scontro istituzionale senza precedenti nella storia della Tunisia post-rivoluzionaria.
La presidenza della Repubblica è ai ferri corti con il premier Hichem Mechichi, alle prese con un rimpasto di gabinetto approvato dal parlamento, ma definito «incostituzionale» da Saïed.
Le new entry dell’esecutivo sono undici, fra cui il responsabile della Giustizia: il presidente ha puntato il dito non solo contro irregolarità «procedurali», ma anche contro alcuni neoministri, a suo giudizio in odore di corruzione e conflitto di interessi. Nel frattempo, a partire dal decennale dell’abbattimento del regime il presidente-dittatore Zine el-Abidine Ben Ali (14 gennaio 2011) e diedero avvio alle Primavere arabe, è in corso una mobilitazione contro la crisi economica, con manifestazioni e cortei in tutti i maggiori centri urbani. Migliaia di persone sono state arrestate, denunciano le maggiori Oong, mentre la scorsa settimana il governo ha ordinato il dispiegamento dell’Esercito in diverse province, Tunisi compresa. «I giovani che protestano fuori dal Parlamento ci ricordano le nostre priorità – ha detto Mechichi, in carica da nemmeno cinque mesi e già inviso alla piazza –. Le loro proteste sono legittime e il governo darà ascolto alla rabbia dei giovani».
Rabbia che aumenta, parallelamente alla repressione da parte delle forze di sicurezza, in un crescendo che fa temere il peggio. Impressionante il dispiegamento di agenti e soldati, martedì intorno al palazzo del parlamento, durante il voto di fiducia. Intanto, nel tentativo di stemperare i toni, ieri Mechichi è intervenuto a sostegno del presidente: «Colpire il capo dello Stato significa colpire la Tunisia e il suo popolo poiché è il simbolo dell’unità nazionale», ha dichiarato. Per uscire dalla crisi, la Tunisia deve «chiudere del tutto con l’islam politico. La situazione di oggi è frutto delle loro politiche, loro non credono nello Stato, lo vogliono sostituire», ha dichiarato l’avvocatessa Abir Moussi, leader del partito Dusturi al-Hurr (Dusturiano libero, dalla parola araba dustur, Costituzione) e in cima ai sondaggi nel Paese. La formazione, nata nel 2013, raccoglie i nostalgici del Rassemblement démocratique di Ben Ali, rilanciando l’eredità nazionalista di Habib Bourguiba e posizionandosi ancora più a destra.

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