venerdì 2 febbraio 2018
E l'opposizione avverte: crisi costituzionale se il tycoon licenzia il procuratore Mueller
Il presidente Donald J. Trump ha parlato di «vergogna» (Ansa)

Il presidente Donald J. Trump ha parlato di «vergogna» (Ansa)

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Donald Trump è andato avanti per la sua strada. Ieri ha desecretato e dato il via libera alla pubblicazione di un rapporto repubblicano, a suo dire esplosivo, contro il Fbi, catapultando lo scontro in corso ai massimi livelli delle istituzioni americane verso la vera a propria crisi. È proprio lo scontro istituzionale che minacciano infatti i democratici, che ieri non sono riusciti ad impedire alla maggioranza di rendere noto il memorandum, di elaborazione repubblicana, che mette in dubbio le procedure usate dal Federal bureau of investigation per raccogliere prove nell’inchiesta sul Russiagate, vale a dire la presunta collusione fra la squadra del presidente Usa e Mosca al fine di influenzare le elezioni del 2016.

Il documento, letto dai deputati repubblicani ad un gruppo di giornalisti americani prima che la Camera Usa avesse modo di riunirsi per decidere se e quando mostrarlo al pubblico, quindi distribuito dalla stessa commissione che l’aveva redatto, si basa su un apparente conflitto d’interessi all’interno del Fbi. Secondo il testo, la sorveglianza elettronica di uno dei testimoni chiave dell’inchiesta, Carter Page, sarebbe stata concessa solo sulla base di un controverso dossier su Trump preparato da Christopher Steele, un investigatore privato assunto e pagato, in origine, della campagna elettorale di Hillary Clinton.

Il legame fra la candidata democratica e Steele era già noto. Ma il memo va oltre, spiegando che il Fbi non aveva rivelato al giudice che ha dato luce verde alla sorveglianza il ruolo del detective, né il fatto che era un informatore del Bureau licenziato a causa di violazioni etiche.

Il Fbi non ha commentato sul contenuto del rapporto, ma ha ribadito che è stato preparato scegliendo solo alcune informazioni ed omettendone altre, allo scopo politico di screditare il lavoro dell’agenzia. Il timore, sia al Fbi che fra i vertici del partito democratico, è ora che Trump usi il memo come arma per licenziare il numero due del dipartimento alla Giustizia, Rod Rosenstein, o addirittura il procuratore speciale incaricato dell’inchiesta sul Russiagate, Robert Mueller. I democratici hanno minacciato che, se questo avverrà, apriranno un confronto senza precedenti con la Casa Bianca. «Il presidente ha rinunciato alla sua responsabilità costituzionale come Commander in chief autorizzando la diffusione senza omissis del memo classificato – ha attaccato ieri su Twitter la leader democratica alla Camera Nancy Pelosi –. La sua decisione mina la nostra sicurezza nazionale ed è un bouquet di fiori per il suo amico Putin».

Diversa l’opinione del tycoon: «Molte persone dovrebbero vergognarsi. Ho mandato il dossier al Congresso», ha detto. Per Trump il documento prova infatti che l’inchiesta di Mueller è viziata sin dal principio da un pregiudizio contro il presidente e il partito di maggioranza.

La pubblicazione del documento crea una frattura anche all’interno dell’Amministrazione. Il dipartimento alla Giustizia si era infatti opposto alla mossa, ammonendo che le tre pagine contengono informazioni delicate sulle indagini in corso che mettono a rischio il modo di procedere degli agenti. La maggioranza repubblicana ieri ha però bloccato, per motivi di sicurezza nazionale, la pubblicazione di un “contro-memo” di stesura democratica che forniva una diversa interpretazione dei metodi d’indagine nell’ambito del Russiagate.

Forte preoccupazione è stata espressa anche dal direttore del Fbi, Christopher Wray, scelto personalmente da Trump per sostituire il suo predecessore, James Comey, che il miliardario ha licenziato a maggio. Wray ha minacciato di dimettersi se la Casa Bianca avesse scavalcato la sua autorità e potrebbe ora non avere altra scelta che lasciare il suo incarico.

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