mercoledì 17 agosto 2022
L'ex presidente Usa, indagato per spionaggio, lancia messaggi sibillini. Ma "perde" anche Giuliani
L'ex presidente Usa Donald Trump

L'ex presidente Usa Donald Trump - Reuters

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I guai ci sono. E sono guai grossi. I documenti sequestrati a Mar-a-Lago dal Fbi, il sospetto di materiale talmente sensibile da oltrepassare il segreto di Stato ed essere di fatto più pericoloso di un innesco nucleare se per qualunque motivo (fortuito e non) cadesse nelle mani di avversari golosissimi dei segreti militari e tecnologici americani, come Russia, Cina, Corea del Nord, Iran sono già una pesante spada di Damocle sul futuro politico – qualcuno dice anche sulla libertà personale – di Donald Trump. Non a caso il Dipartimento di Giustizia si è rifiutato perfino di rendere pubbliche le motivazioni con cui i federali hanno perquisito la residenza dell’ex presidente. Un riserbo inutile: un giudice della Florida ha svelato che il presidente è indagato per spionaggio in forza dell’Us Expionage Act.
Ma i guai ora ghermiscono anche i suoi antichi collaboratori. Come il consulente finanziario Allen Weisselberg, inquisito per frode fiscale insieme alla Trump Organization (le società immobiliari di The Donald), o come Eric Herschmann, avvocato ed ex consigliere di Trump, chiamato dal gran giurì federale che sta indagando sull’assalto del 6 gennaio 2021 a Capitol Hill a testimoniare e a consegnare documenti relativi a quei giorni turbolenti. Anche l’ex consigliere John Bolton lo accusa: «Trump sta quasi certamente mentendo sulle ragioni per cui conservava materiale classificato nella sua villa in Florida». Né gli fa gioco l’indagine cui è sottoposto l’ex sindaco di New York ed ex avvocato di Trump Rudolph Giuliani (lo stesso che trescò per conto di Trump con il presidente ucraino Zelensky per mettere in luce presunte nefandezze finanziarie del figlio di Joe Biden allo scopo di screditarne la corsa alla Casa Bianca) per presunte interferenze nel risultato delle elezioni presidenziali del 2020 in Georgia.
Trump tuttavia ammonisce: «Il Paese è in una posizione molto pericolosa, c’è una rabbia tremenda, come non ho mai visto prima, per tutti gli imbrogli, anni di imbrogli e caccia alle streghe, ed ora questa vicenda. La temperatura deve essere abbassata, altrimenti accadranno cose terribili». Messaggio a duplice lettura: apparentemente conciliante nei confronti dell’inchiesta (il Fbi gli ha restituito i suoi tre passaporti grazie ai quali presto farà un viaggio in Scozia), in realtà Trump agita una fiamma rivolta a tutte le micce che possono accendersi in questi giorni. L’ultima delle quali – ma ce ne saranno sicuramente altre – è l’arresto del Fbi, mentre giorni prima una decina di supporter armati avevano assediato la sede del Bureau di Cincinnati. Un clima, si torna a dire, da guerra civile, per ora limitato a piccoli se pur inquietanti falò. Sotto la cenere, si teme, ribolle ben altro.
Ma al di là delle personali vicissitudini di Donald Trump, ora si guarda con apprensione all’appuntamento di novembre con le elezioni di Midterm. Fino a poche settimane fa il successo repubblicano – o più appropriatamente la débâcle democratica dovuta soprattutto alla crescente impopolarità di Biden – appariva scontato. Ora lo è un po’ meno. Per la prima volta il tycoon – che pure conserva una forza di suggestione e un carisma ancora intatto – appare una figura parecchio ingombrante anche ai suoi stessi sostenitori.
Gli scricchiolii si avvertono un po’ dovunque. Perfino alla Fox, tradizionalmente schierata a fianco di Trump. Come ha fatto la anchorwoman Laura Ingraham, conservatrice d’acciaio, da sempre vicina al presidente, che tuttavia ora si smarca e dice: «Penso che il Paese sia esausto. Le persone sono stremate dalla battaglia, una battaglia costante in cui possono anche credere ma è tempo di voltare pagina se possiamo avere qualcuno che ha tutte le idee di Trump ma non è Trump».
È la cosiddetta «opzione zero», ovvero il trumpismo senza Donald Trump a cui lentamente si sta avvicinando una parte del Grand Old Party con nuove figure emergenti come il quarantaquattrenne governatore della Florida Ron DeSantis, un populista antiabortista già militante nel tea-party, ex militare e accanito sostenitore dell’inalienabile diritto di possedere armi da fuoco. Ancora minuscolo, rispetto a quanto giganteggia la figura tragica di «The Donald», ma sappiamo bene come nel mare senza legge della politica prima ancora dei gusti dell’elettorato si è abituati a fiutare il sangue del cetaceo ferito.

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