sabato 23 settembre 2017
Anche allenatori e proprietari delle squadre contro il «diktat» del presidente. Nel basket Nba la disfida è contro la star Stephen Curry, a cui è stato ritirato l'invito alla Casa Bianca
Nel football monta la protesta contro Trump: «Toni aggressivi»
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Nuova puntata nella “battaglia” tra i campioni dello sport americano e il presidente Usa Donald Trump. Domenica, in risposta ai toni aggressivi del capo della Casa Bianca, negli stadi del football si è rafforzata la protesta durante l’inno nazionale. Alle decine di giocatori che già da tempo si inginocchiano durante l'inno, in segno di solidarietà con il movimento per i diritti degli afroamericani Black Lives Matter, si sono uniti altri atleti, ed in alcuni casi anche allenatori e presidenti. Contro Trump si sono espressi anche proprietari delle squadre ai quali, venerdì scorso, il presidente si era rivolto chiedendo di licenziare coloro che "mancano di rispetto alla nostra bandiera". "Sono molto deluso dai toni delle dichiarazioni fatte dal presidente" ha dichiarato Robert Kraft, patron dei New England Patriots, che è un sostenitore del presidente.

Anche Shahid Khan, proprietario dei Jacksonville Jaguars che è stato tra i finanziatori della campagna di Trump, è sceso in campo, a braccetto con i suoi giocatori, durante una partita che si è giocata a Londra, in segno di protesta contro le "dichiarazione divisive e aggressive del presidente". Giocatori praticamente di tutte le squadre della Nfl hanno dimostrato contro il “ditkat” di Trump, e in alcuni casi i dirigenti hanno scelto, forse per evitare di mostrare divisioni all'interno della squadra, di far rimanere i giocatori in panchina durante l'inno, come è successo con gli Oakland Raiders, o addirittura negli spogliatoi. Come hanno fatto tutti i giocatori dei Pittsburgh Steelers con un'unica eccezione: Alejandro Villanueva, un cadetto di West Point che ha combattuto in Afghanistan.


Di fronte a queste proteste, Trump ha rincarato la dose degli attacchi: "Credo che sia molto irrispettoso verso il nostro Paese e verso la nostra bandiera", ha dichiarato in New Jersey affermando che la sua posizione, che è stata subito attaccata come razzista perché prende di mira uno sport che ha il 70% dei giocatori afroamericani, non ha niente "a che vedere con la razza". "I fan sportivi non dovrebbero perdonare giocatori che non sono fieri dell'inno nazionale o del Paese, la Nfl dovrebbe cambiare la sua politica", ha scritto dopo un tweet in cui aveva dichiarato che "non è accettabile" che i giocatori si inginocchino durante l'inno, mentre è una cosa positiva che rimangano in piedi, o uniti a braccia conserte.


Tra i casi più clamorosi c’è quello del quarterback afroamericano Colin Kaepernick, che come molti altri suoi colleghi denuncia apertamente la brutalità della polizia contro le minoranze, soprattutto quella dei neri. E’ ormai iconica l’immagine di Kaepernick e altri suoi colleghi in silenzio e inginocchiati durante l'esecuzione dell'inno a stelle e strisce mentre il resto della squadra canta con la mano sul cuore.


Trump se l’era presa anche con la star assoluta del basket americano, Stephen Curry, ritirandogli ufficialmente l'invito alla Casa Bianca. Curry aveva osato annunciare il suo forfait alla visita che la squadra campione dei Golden State Warriors di San Francisco si appresta a fare a Pennsylvania Avenue. "Andare alla Casa Bianca è considerato un grande onore – aveva tuonato Trump - e Stephen Curry sta esitando. Perciò l'invito è ritirato! Non pensi poi di presentarsi". Difficile del resto che il giocatore ci ripensasse: "Le mie idee e le mie convinzioni rimangono sempre le stesse", aveva assicurato. E in sua difesa era sceso in campo anche l'amico rivale dei Cavaliers di Cleveland LeBron James, che su Twitter aveva definito Trump "un fannullone": "Andare alla Casa Bianca era un onore prima che arrivasse lei".

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