martedì 19 gennaio 2010
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E venne la notte. Non una notte qualsiasi, non una notte caraibica senza luna, ma la notte di Haiti, dove da sette giorni tutto è inghiottito dal buio, la città e le sue macerie scompaiono nelle tenebre, il brusio della gente svanisce, il fiato caldo della città distrutta lascia il posto a una brezza che muove le foglie, solleva la polvere seccandoti la gola e sembra per un attimo voler blandire questo immenso opificio della sofferenza, dove ogni atrocità della vita pare essere stata sperimentata. Viene la notte e con lei un buio che noi occidentali non ricordiamo certamente più: un buio color seppia, inchiostro acre, che toglie ogni sicurezza, posto che se ne abbia una. Dalla rue Nationale al porto, dalla Citè Soleil a Centre Ville, attraversiamo Port-au-Prince dopo aver lasciato – insieme all’ultimo sole – l’ospedale Saint Camille, uno dei pochi rimasti sostanzialmente intatti, che già dalla prima notte ospitava centinaia di feriti, di moribondi, di gente impazzita e sotto choc. «Stia attento al buio – dice padre Gianfranco Lovera, direttore dell’ospedale – e non solo per i pericoli che nasconde. Stia attento e vedrà». Quello che poi effettivamente avrei visto non potevo immaginarlo. Le vie deserte, impenetrabili alla luce dei fari, si trasformavano in una quinta brulicante di umanità, ogni lato della strada, ogni pertugio che rivelava, nel breve passaggio dell’unica luce possibile, un’umanità silenziosa ma viva, in lento ma inarrestabile movimento, una processione verso chissà dove, verso chissà cosa, che con il passare dei minuti si faceva più densa, rivelando così come tutta la città vivesse in strada e con essa tutto il brulichio umano delle faccende quotidiane. Ecco, dunque, che da un’abitazione rimasta in piedi vedi calare dalla finestra una marmitta con un denso e ribollente brodo che verrà venduto per pochi centesimi di gourdes, l’esile moneta locale; da una finestra risuona una nenia creola, una delle tante balbettate la prima notte del tremblement de tere, forse una ninna nanna, forse uno scongiuro. E più in là una fila di giovani con in mano un contenitore di plastica, che si avviano con la stolidità dei disperati verso un distributore di benzina che sanno essere sfornito, ma che gli accende il barbaglio di illusione di portare a casa un mezzo litro di gasolina, una nafta vischiosa con cui si accende un fornello, si fanno marciare gli scooter, si illumina una stanza. Questa massa di ombre – il parallelo con gli zombies e con la sottocultura voodoo che impera tuttora nell’isola è fino troppo facile da fare – miracolosamente sembra pacifica. È vero, in alcuni quartieri di Port-au-Prince ci sono stati episodi di violenza, alcune strade sono state taglieggiate da manipoli di giovanissimi che agitavano il machete e mulinavano bastoni, altrove si è sparato, nella notte, vicino al porto e alla Città Proibita (così è giusto chiamare Citè Soleil, visto che neppure i brasiliani dell’Onu sono disposti a farvi visita) si odono raffiche brevi. Ma Lotaire Crocodile («Non rida sul mio nome, mi chiamo davvero così», ci dirà la mattina dopo), il vice-capo della polizia haitiana sopravvissuto al sisma che ha spiaccicato il suo capo sotto le macerie della comando generale, getta acqua sul fuoco: «Non li chiami Tonton Macoutes, quella era la milizia di Aristide. Questi hanno diciotto anni, anche meno, sparano perché non sanno che altro fare, ma non sono gang organizzate, o meglio, lo sono a livello di cortile, di vicolo. Per questo – dice Crocodile, scrocchiando le grosse mani che mai e poi mai vorremmo sentirci mettere addosso – li prenderemo tutti, a uno a uno, non dubiti». L’ottimismo del poliziotto-coccodrillo è destinato a durare poco. La notte, nonostante quel camminare pacifico, quasi da sonnambuli, crea una sorda solidarietà fra gli abitanti della capitale, che si coagula con la rabbia crescente per una macchina degli aiuti che – al settimo giorno dopo il sisma ormai lo possiamo dire – non ha funzionato per niente. Non fosse per il lavoro prezioso e instancabile dei volontari già presenti sul campo, la maggior parte della gente sarebbe ancora senz’acqua. «Eau, Eau», agita la mano una famiglia di ombre notturne vedendo i fari avvicinarsi. Una mano sporge dal finestrino, dalla processione si agitano decine di braccia. Ed è qui, in questa miseria di sette o otto confezioni di acqua potabile – tutte quelle che avevamo con noi – che passano fra le mani di questi dannati della notte che capisci come anche l’aiuto più elementare, l’acqua, appunto, non possa cadere dall’alto ma possa arrivare solo così, orizzontale, da una mano all’altra. La riprova la si è vista due giorni prima, quando un elicottero statunitense ha stazionato come una libellula a venti metri di altezza sopra lo stadio dove si erano accalcate centinaia di famiglie scampate al terremoto ma ormai senza risorse. Dall’abitacolo qualcuno ha lanciato alcuni blister di acqua minerale, provocando un tafferuglio generale, qualche ferito e la delusione degli esclusi, che guardavano rancorosi l’elicottero riprendere quota, come se quella elemosina fosse stato un gioco crudele. E in effetti lo era. Il nostro piccolo convoglio procede caracollando sulle strade violate dal sisma, il battistrada solcato da rughe larghe e profonde, pozze d’acqua stagnante in ogni dove, l’unico pullman in servizio costretto a guadare il fiume nel buio totale con i pochi fuoristrada in circolazione che gli illuminano il cammino. Arriviamo in un quella che alla luce del giorno dovrebbe essere una piazza, con una rotonda al centro. Qui lo strepito è più forte, la tensione più alta, il popolo di ombre si staglia nel lampo dei fari allo iodio di una moto di grande cilindrata con a bordo due giovani che fanno il giro della piazza, come a ispezionare uno per uno gli attori di questo teatro notturno, fino a fermarsi davanti a un crocchio di giovanissime. Una piaga antica, quella della prostituzione ad Haiti, che neppure il black-out riesce a sospendere per un giorno. Giriamo l’angolo, un altro crocchio di persone, questa volta non il silenzio ottuso della rassegnazione caraibica ma le urla, le invocazioni, qualcuno si mette a correre. Non si capisce cosa sta accadendo fino a quando i nostri fari non illuminano la scena: un pezzo di facciata di una casa dall’insegna pretenziosa “Gastronomie Roche” sta crollando, tirandosi dietro parte del cornicione. Qualcuno deve essere stato colpito da un frammento, forse il ferito è grave, ma i telefoni cellulari funzionano a singhiozzo e nessuna ambulanza verrebbe mai a recuperare il malcapitato. E il popolo delle ombre lo sa bene. Ritrovo la via della mia casa provvisoria – un giardino con le stelle come soffitto – con la consapevolezza di aver visto poco e compreso ancora meno Ma con la certezza che tutto sarà ancora più duro e nella sua tragicità più vero quando, per dirla con Cèline, saremo giunti alla fine della notte.
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