martedì 28 luglio 2009
«Per il regime sterilizzazioni e aborti sono sempre 'libere scelte' delle donne, ma non è vero: l’enorme malcontento non trova voce. E intanto si va verso la crisi demografica»
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Quattrocento milioni di persone in meno. A tanto as­sommano i 'risultati' della politica demografica in Cina, in corso da un trentennio. Lo denun­cia un noto dissidente cinese, Harry Wu, direttore della Laogai Founda­tion ed esiliato a Washington. Wu, conosciuto per il suo Controrivolu­zionario (San Paolo) dove ha rievocato gli anni nei lager maoisti, sarà ospite del Meeting di Rimini interve­nendo – domenica 23 agosto – all’incontro 'Tien An Men: la Cina vent’anni dopo'. Ha dato appena pubblicato Strage di innocenti. La politica del figlio unico in Cina (Gue­rini, pagine 185, euro 21,50), docu­mento suffragato da testimonianze di prima mano e da confessioni di ex funzionari di Pechino addetti all’illi­berale politica demografica del gi­gante asiatico. Signor Wu, qual scoperta l’ha colpi­ta di più studiando la prassi del fi­glio unico in Cina?«La libertà di generare un figlio è u­no dei diritti umani fondamentali. Infrangerlo, come il governo cinese sta facendo da trent’anni con meto­di coercitivi e brutali come l’aborto e le sterilizzazioni compiute con la violenza, è una delle violazioni più gravi dei dritti umani mai compiute da Pechino. Il rafforzamento della politica del figlio unico rappresenta non solo un notevole affronto alla dignità delle donne ma contribui­sce anche a diversi problemi sociali e demografici, compresa la rapidità nell’invecchiamento della popola­zione e uno squilibrio tra i sessi, nonché un crescente traffico di donne e bambini. Ciò che mi ha maggiormente colpito è la vastità con cui è portata avanti tale prassi. In base alle cifre dello stesso gover­no, la politica del figlio unico ha la responsabilità di aver ridotto di cir­ca quattrocento milioni la popola­zione cinese». Nel suo libro si leggono racconti drammatici di infanticidi compiuti dalle autorità pubbliche cinesi nei confronti dei bambini «che non do­vevano nascere». La società civile del suo Paese non è interessata a queste cruenti violazioni del diritto alla vita? «La politica del figlio unico rimane estremamente impopolare nelle zo­ne rurali della Cina dove risiede la maggioranza della popolazione: qui è abbastanza forte il desiderio di a­vere una famiglia numerose in modo da poter lavorare i campi e da avere persone che si prenderanno cura dei genitori da anziani. Certamente i funzionari pubblici che si impegna­no in aborti o sterilizzazioni forzate possono instillare un grande senti­mento di risentimento nella comu­nità, ma le vittime hanno pochi aiuti disponibili. La stampa non ha il per­messo di riferire questi abusi, così molti cittadini non conoscono tutti i dettagli di come venga attuata la po­litica demografica del governo. Alcu­ni individui coraggiosi stanno cer­cando di mettere fine a queste vio­lenze. Il più noto è Chen Guang­chen, un avvocato cieco che ha for­nito assistenza legale alle vittime di una massiccia campagna di steriliz­zazione forzata nella contea di Linyi nel 2005. Ma, sfortunatamente, Chen è stato condannato a quattro anni di prigione per colpa dei suoi sforzi: ancor oggi è in prigione». La "libertà di maternità" in Cina viene considerata un tema impor­tante dalle Ong umanitarie? «In verità questo problema non rice­ve una grande attenzione da parte delle organizzazioni occidentali, o almeno non come avviene per altri diritti umani. Ma le violenze legate alla politica del figlio unico sono sta­te ben documentate e il nodo è stato sollevato in diverse udienze al Con­gresso americano dedicate ai diritti umani in Cina. Gli addetti alla pro­paganda del governo di Pechino hanno cercato di 'coprire' il proble­ma suggerendo l’idea che gli aborti o le sterilizzazioni vengono fatte solo in maniera volontaria, cosa assoluta­mente falsa. Ma questo lavoro ha a­vuto alcune conseguenze e potrebbe essere in parte responsabile del per­ché su tale questione tema non ci sono molto proteste. Posso dire che sono rimasto sorpreso dal fatto che il sistema di controllo demografico coercitivo in atto in Cina non abbia 'scaldato' la gente negli Stati Uniti. Questo è strano: gli aborti forzati rappresentano un problema che su­pera i fronti ' pro life' e ' pro choice '. Spero che più gente si interesserà a questo problema: esso riguarda la nostra comune umanità». Il suo saggio riferisce la notizia che la popolazione cinese sta invec­chiando e che l’indice di fertilità (1,8 figlio per donna) è inferiore a quello di sostituzione demografica. Secon­do lei Pechino cambierà strategia? «Il governo dovrà modificare la poli­tica del figlio unico almeno in alcuni punti. Altrimenti ci saranno impatti disastrosi sulla società e l’economia cinese, nonché sui grandi risultati e­conomici che rappresentano l’unica reale fonte di legittimità del partito comunista come soggetto di gover­no. Lo scorso anno erano girate voci che il governo fosse pronto a rivede­re la legge ma i funzionari del settore demografico hanno costretto il Parti­to a restare sulle vecchie posizioni. Tanto che è stato ribadito che l’at­tuale politica resterà valida per altri dieci anni. Questo però dimostra che all’interno del potere comunista esiste un dibattito e forse esistono voci più liberali che chiedono un cambiamento».
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