sabato 21 agosto 2010
I missionari denunciano: «Vegono trattati come cittadini di serie B». Allarme della Fao: 200mila capi di bestiame uccisi dalle inondazioni: «Sono l'unico capitale dei poveri». Danni per 43 milioni di dollari. E Islamabad accetta i soccorsi della rivale India.
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È una guerra. Sporca e feroce come tutte le guerre. O forse anche di più. Perché tutti – sia le vittime sia i carnefici – sono, comunque, vittime. Di una calamità più grande. Enorme. Ban Ki-moon l’ha definito efficacemente «uno tsunami al rallentatore». Ma le parole descrivono con difficoltà l’inferno d’acqua che sta straziando il Pakistan. Un quinto del Paese è già allagato. Le piogge non si arrestano e i fiumi di fango continuano la folle corsa, travolgendo città e villaggi. Ogni ora che passa cresce il numero degli sfollati, denuncia l’Unicef. E con essi le bocche da sfamare. Meno di un quarto degli oltre otto milioni di disperati sono stati raggiunti dagli aiuti. Per procurarsi un pezzo di pane, un bicchiere d’acqua pulita, una coperta si devono scavalcare gli altri. In questa lotta crudele fra diseredati, gli appartenenti a minoranze religiose diventano facile bersaglio. I profughi appartenenti a queste ultime sono «i più derelitti, gli esclusi, i discriminati. I nostri sacerdoti, volontari, laici, animatori nelle province di Punjab, Sindh e Baluchiestan stanno girando per le aree colpite, raccogliendo centinaia di sfollati cristiani, abbandonati a se stessi, portandoli nei campi gestiti dalla Caritas o altre Ong di ispirazione cristiana, per garantire loro l’assistenza minima necessaria», racconta all’Agenzia Fides padre Mario Rodrigues, direttore delle Pontificie opere missionarie del Paese (Pom). I cristiani vengono sistematicamente “ignorati” nelle distribuzioni di soccorsi gestite dal governo. «Sono trattati come cittadini di serie B. Spesso ricevono ben poca assistenza oppure ne sono esclusi del tutto», aggiunge il sacerdote. Questo mentre «Caritas e Pontificie opere missionarie operano nel soccorso agli sfollati senza alcuna discriminazione di provenienza, razza o religione», precisa padre Mario.Laici e religiosi cristiani sono in prima linea per salvare la popolazione. «A Multan molti si sono accampati vicino alla casa del vescovo che ogni giorno offre loro del riso», racconta a Fides padre Jacob Fernando, gesuita di Lahore. La situazione, però, si fa sempre più drammatica. I dati diffusi dal responsabile Onu per l’Emergenza, Martin Mogwanja, sono agghiaccianti: 3,2 milioni di ettari di raccolti sono andati distrtti, 900mila casa sono state ridotte in macerie, le infezioni si stanno diffondendo. Un quinto dei ricoverati negli ospedali soffrono di dissenteria acuta e gastroenterite. I bambini – aggiunge – Unicef bevono l’acqua contaminata perché non riescono a resistere alla sete. Grazie alla riunione speciale alla Nazioni Unite, due giorni fa, sono stati raccolti 239 dei 459 milioni di dollari chiesti dall’Onu per affrontare la prima emergenza. Cento in più rispetto a quattro giorni fa. Altri 49 sono stati promessi. Ancora, però, non basta. «L’attenzione su questa emergenza è purtroppo inadeguata alle dimensioni della catastrofe», ha detto Marco Bertotto, direttore di Agire, che ha lanciato una raccolta fondi per sostenere cinque Ong impegnate in Pakistan. I danni ammontano – secondo quanto dichiarato da Islamabad – a 43 milioni di dollari. Tra i primi donatori c’è l’India, eterno rivale del Pakistan, che venerdì scorso ha offerto 5 milioni. L’iniziativa è stata accolta, ieri, dal governo di Islamabad che l’ha definita «molto apprezzabile». A preoccupare le agenzie umanitarie è il lungo periodo. La Fao ha stimato che almeno 200mila capi di bestiame sono stati uccisi dall’acqua. Il bilancio definitivo, però, potrebbe salire presto a diversi milioni. Un danno gravissimo per un Paese in cui «gli animali sono monete di scambio per i poveri per procurarsi dei contanti. Ogni animale che riusciamo a salvare è un capitale che la gente potrà usare nella ricostruzione», ha spiegato David Doolan, responsabile dei programmi Fao in Pakistan.
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