lunedì 30 agosto 2010
Si moltiplicano i casi di persecuzione religiosa dall’Eritrea alla Corea del Nord, dall’Egitto alla Nigeria. In Pakistan strage di operatori umanitari. In Iraq un civile sequestrato e massacrato.
- Intervista all'autore del dossier René Guitton
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Tornavano alla loro base dopo un’estenuante giornata di lavoro. Dall’alba, avevano distribuito cibo, medicinali, coperte nella zona di Mingora. Tutto quel che avevano per aiutare gli sfollati della valle di Swat, nel Pakistan Nord Occidentale, colpiti dalle peggiori alluvioni degli ultimi 80 anni. Da settimane, il gruppo di volontari stranieri di un’Ong cristiana operava senza sosta per portare soccorso ai colpiti. Per tre di loro, però, la missione è tragicamente finita il 23 agosto. Due giorni fa era circolata la notiza, ieri la tragica conferma. Nel tardo pomeriggio di lunedì scorso, il convoglio di mezzi su cui i volontari viaggiavano, diretti al campo base, è stato attaccato da un commando taleban. I terroristi hanno aperto il fuoco. Cinque o, forse, sei operatori sono rimasti feriti. Tre, invece, sono stati sequestrati dagli estremisti. I loro cadaveri sono stati scoperti da una pattuglia di soldati due giorni dopo, all’alba del 25 agosto. La notizia del brutale assassinio era stata diffusa venerdì dall’agenzia Fides, secondo cui il governo aveva cercato di tenerla nascosta per non creare allarme. Ieri, è arrivata la certezza. Fonti militari hanno raccontato alle agenzie Fides e AsiaNews  i dettagli dell’agguato. Che lascia attoniti per la sua brutalità. I taleban hanno scelto di colpire dei cristiani, stranieri, che si trovavano nel Paese per dare una mano nell’emergenza. Nemmeno la calamità naturale ha fermato la furia degli estremisti. La paura “dell’influenza esterna”, che possa far loro perdere consensi nella regione – dove da due anni c’è una forte presenza islamista – è più forte della comune tragedia. Non a caso, il 26 agosto, gruppi radicali si sono scagliati apertamente contro gli operatori internazionali. «Quest’orda di stranieri è intollerabile», hanno dichiarato alla tv al-Jazeera i miliziani di Tehrik e-taleban in un comunicato. Proprio in seguito a queste minacce, Fidesha deciso di divulgare la notizia dell’attacco nello Swat. I nomi delle vittime e dell’organizzazione per cui lavoravano non è stato, però, rivelato per motivi di sicurezza. In accordo con l’Ong a cui appartenevano gli uccisi. Sempre fonti dell’esercito pachistano hanno ribadito che le organizzazioni della zona erano state più volte minacciate dai taleban. Dopo il massacro, il livello si sicurezza è stato innalzato e nuovi contingenti di ranger si trovano sul terreno per proteggere il lavoro umanitario, soprattutto nello Swat e nelle zone di potenziale pericolo.Anche le Nazioni Unite hanno dovuto prendere ulteriori precauzioni. Mentre, in base alle informazioni diffuse dall’emittente Geo News, Rajiv Shah, responsabile di Usaid, l’ente americano per lo sviluppo, ha interrotto una visita a un campo profughi quattro giorni fa a causa di «movimenti sospetti». Agenzie e Ong, però, hanno detto che non abbandoneranno il Paese. Ormai allo stremo. Il fiume l’Indo ha rotto nuovi argini inondando la zona di Thatta. Ben 19 dei 23 distretti del Sindh sono sott’acqua e lo resteranno – secondo le previsioni – per settimane. Dalla zona sono fuggite – secondo la stampa pachistana – finora 2,5 milioni di persone. Che vagano senza rifugio. Gli Stati Uniti hanno deciso di inviare altri 18 elicotteri per portare soccorso agli oltre 2mila villaggi rimasti isolati per colpa del crollo delle infrastrutture. Un appello alle donazioni è arrivato anche dal cancelliere tedesco Angela Merkel. Le minacce dei taleban, però, rischiano di rallentare gli aiuti. Proprio mentre la situazione di fa ogni giorno più grave. Ieri, l’Unicef ha denunciato che 72mila bambini sono denutriti e rischiano di morire di fame.
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